La crisi in Libia: cosa è stato detto all’Onu

Pubblicato il 5 settembre 2019 alle 10:31 in Africa Libia

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L’inviato delle Nazioni Unite e capo della missione di sostegno in Libia, Ghassan Salamé, ha presentato, il 4 settembre, un briefing sugli ultimi sviluppi della situazione in Libia, nel corso di una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

In particolare, il Consiglio è stato esortato ad ampliare il mandato della missione delle Nazioni Unite in Libia, a mobilitare maggiori sforzi a livello internazionale per frenare i combattimenti e a sollecitare le parti coinvolte a riprendere il dialogo e tornare al processo politico.

Uno dei punti affrontati riguarda l’espansione del conflitto a livello geografico. Salamè ha precisato che sono trascorsi 5 mesi dall’inizio dell’offensiva dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), con a capo il generale Khalifa Haftar, volta a riprendere il controllo della capitale Tripoli. Questa ha causato l’interruzione di un processo politico, attivo e promettente, riportando il Paese in uno stato di conflitto. “Dal 4 aprile, la sfera geografica del conflitto si è espansa e ha causato gravi perdite sia tra i civili sia tra i combattenti”, ha affermato l’inviato, il quale ha poi aggiunto che, sino ad ora, il conflitto ha causato la morte di più di 100 civili e oltre 300 feriti, oltre allo sfollamento di 120.000 civili.

Salamé ha poi posto l’accento sull’ultimo attacco all’aeroporto di Mitiga, nella notte tra il 31 agosto ed il 1° settembre. In particolare, è stato riferito che diversi proiettili sono stati sparati contro l’aeroporto ma, miracolosamente, un disastro è stato sventato, in quanto un aereo, su cui viaggiavano decine di pellegrini, è riuscito ad evitarli. Tuttavia, 7 persone sono state ferite. A tal proposito, il consiglio di Sicurezza è stato invitato a condannare fermamente tali attacchi indiscriminati.

L’inviato Onu ha poi riferito che diverse visite sono state condotte da funzionari Onu nei siti civili in Libia colpiti dai bombardamenti degli ultimi mesi. Tra questi, l’aeroporto di Zuwara e il centro di detenzione per migranti di Tajoura, colpito il 3 luglio scorso.

Un altro episodio di cui si è parlato al Consiglio di Sicurezza è stato il bombardamento che ha colpito Murzuq, il 4 agosto scorso, quando aerei dell’LNA hanno preso di mira una cerimonia di matrimonio nella città libica situata nella regione di Fezzan, nel Sud-Ovest della Libia. Salamè ha sottolineato che tale attacco ha causato la morte di più di 100 persone ed il ferimento di un numero maggiore di persone, anche tra la popolazione locale e la tribù Tubu.

Murzuq è interessata altresì da un conflitto interno quiescente tra due identità etniche specifiche, avente proprie peculiarità, quella araba e quella della tribù Tubu. Quest’ultima è una popolazione del Sahara, comprendente circa 200.000 individui, che vive sparsa su un’area molto vasta e discontinua, ed in particolare nel Nord del Ciad, nel Sud della Libia, nel Nord-Est del Niger e nel Nord-Ovest del Sudan. Da anni, tale etnia rivendica la propria indipendenza ed autodeterminazione dalla popolazione araba.

A tal proposito, Salamé ha espresso il timore che questo conflitto locale possa assumere una “dimensione nazionale”, in quanto entrambe le parti coinvolte si stanno adoperando per mobilitare sostegno a loro favore. Pertanto, l’Onu sta rivolgendo lo sguardo anche a questa situazione, poiché “ristabilire la pace civile locale è parte integrante della missione”.

Salamé ha poi dichiarato che gli episodi di rapimento e sparizione forzata continuano a tormentare la Libia, e si è detto rammaricato della mancanza di informazioni sul caso della parlamentare Siham Sargewa, rapita a Bengasi il 17 luglio. A tal proposito, l’inviato ha invitato le autorità della Libia orientale a scoprire quanto accaduto e a rivelare i risultati delle indagini, come promesso.

Un’altra questione discussa riguarda le continue segnalazioni di detenzione arbitraria di migranti e rifugiati per periodi indefiniti. Secondo quanto affermato, i migranti detenuti sono soggetti a estorsioni, atti di aggressione e tratta di essere umani, oltre a vivere in condizioni disumane, comprendenti un eccessivo sovraffollamento, mancanza di cibo e acqua. In tale contesto, Salamé ha chiesto finanziamenti urgenti per il piano di risposta umanitaria 2019, affinché possano essere soddisfatte le esigenze delle categorie più vulnerabili della Libia, compresi i migranti.

L’inviato Onu ha altresì evidenziato la questione dell’embargo delle armi, di cui sono stati documentati circa 40 casi di violazione, ed ha affermato che “fornire al Paese più armi, munizioni e altri strumenti di guerra aggrava la violenza in Libia”.

Tuttavia, Salamé ha affermato che si continua a “mobilitare il sostegno nazionale e internazionale al fine di fermare le ostilità e tornare al dialogo”, sottolineando che, nonostante gli episodi di violenza, il popolo mira a porre fine a tali scenari, e talvolta anche i combattenti stessi promuovono il raggiungimento della pace. A tal riguardo, è stato ringraziato il G7 per aver riconosciuto l’importanza di una soluzione politica in Libia e per aver esortato ad organizzare una conferenza internazionale.

Infine, per Salamé, sono due gli scenari che destano maggiore preoccupazione in Libia. Il primo riguarda il perpetrarsi del conflitto e la minaccia terroristica, anch’essa sempre più crescente. La seconda fonte di preoccupazione è legata all’arrivo di forze militari straniere. Per l’inviato Onu, intensificare il sostegno militare, anche solo per una fazione, potrebbe portare ad una situazione di caos.  “L’’idea che bisognerebbe dare un’opportunità alla guerra e che una soluzione militare sia possibile è un’illusione” ha affermato Ghassan Salamé, dichiarando che il Consiglio di Sicurezza è in grado di fare di più e che “i libici meritano di meglio”.

La situazione di grave instabilità in Libia ha avuto inizio il 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Gli schieramenti che si oppongono sono due. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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