Myanmar: Rohingya privati della possibilità di acquisire la cittadinanza

Pubblicato il 3 settembre 2019 alle 17:19 in Asia Myanmar

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Le autorità del Myanmar stanno costringendo i membri della minoranza musulmana Rohingya ad accettare carte d’identità che li classificano come stranieri, privandoli della possibilità di diventare cittadini. 

L’allarme è stato lanciato dal gruppo per la tutela dei diritti umani, Fortify Rights. Il Myanmar è stato condannato da numerosi Stati e organizzazioni internazionali per il suo trattamento dei Rohingya. Il rapporto di Fortify Rights, rilasciato il 3 settembre, aggiunge che la campagna imposta dallo Stato per forzarli ad accettare le National Verification Card (NVC) aggraverà le preoccupazioni sul loro trattamento. “Il governo del Myanmar sta cercando di distruggere il popolo Rohingya attraverso un processo amministrativo che li spoglia effettivamente dei diritti fondamentali”, ha affermato Matthew Smith, amministratore del gruppo. Il governo ha costretto la minoranza musulmana ad accettare le NVC, “che identificano efficacemente i Rohingya come stranieri”, ha aggiunto il gruppo. “Le autorità del Myanmar hanno torturato Rohingya e imposto restrizioni alla libertà di movimento nel contesto dell’attuazione del processo NVC”, si legge ancora nel rapporto.

Il governo del Myanmar, a maggioranza buddista, ha negato la cittadinanza alla maggior parte dei Rohingya, che sono generalmente considerati immigrati clandestini dal vicino Bangladesh, anche se molti di questi sono nati nel Paese e rintracciano le loro radici nello stato di Rakhine, in Myanmar, da generazioni.I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato l’esodo di circa 730.000 Rohingya verso il Bangladesh. 

L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. Alla funzionaria dell’Onu, Yanghee Lee, è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017, a causa delle sue critiche riguardanti il trattamento riservato ai Rohingya. Le autorità birmane hanno rifiutato la sua ultima richiesta di visitare il Paese.

Secondo la Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è stato una “grande delusione”. Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, 44 giornalisti sono stati arrestati, secondo Athan, un gruppo che sostiene la libertà di espressione e che ha base a Yangon, una delle più grandi città antiche del Myanmar . Il numero comprende 2 reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni di carcere dopo aver coperto la notizia riguardante il massacro di 10 Rohingya per mano delle forze armate governative. La strada intrapresa dal Paese asiatico è stata definita “allarmate” dalle associazioni per la tutela dei diritti umani. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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