Hong Kong: le discusse dimissioni di Carrie Lam

Pubblicato il 3 settembre 2019 alle 12:11 in Cina Hong Kong

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Secondo l’agenzia di stampa Reuters, Carrie Lam, la governatrice di Hong Kong, ha dichiarato di aver causato “un caos imperdonabile” e ha affermato che avrebbe rassegnato le proprie dimissioni, se avesse potuto. In un’occasione pubblica, tuttavia, la Lam smentisce. 

L’agenzia ha riferito tale notizia il 3 settembre, citando una registrazione di Carrie Lam, ottenuta durante una riunione a porte chiuse con alcuni uomini d’affari di Hong Kong, tenutasi in una data non specificata, la scorsa settimana. La Lam ha aggiunto di avere uno spazio di movimento “molto limitato” per risolvere la crisi, poichè i disordini erano diventati una questione di sicurezza nazionale per la Cina e minavano la sovranità di Pechino in un momento caratterizzato da crescenti tensioni con gli Stati Uniti. “Se avessi scelta”, ha dichiarato, parlando in inglese, “la prima cosa che farei è dimettermi, dopo aver porto le mie più sentite scuse”.

Tuttavia, sempre il 3 settembre, durante una conferenza stampa, Lam ha riferito ai giornalisti di non aver mai preso in considerazione la possibilità di presentare le proprie dimissioni a Pechino, aggiungendo di essere molto delusa dal fatto che i dettagli di un incontro privato siano trapelati. “La scelta di non dimettermi è una mia scelta”, ha detto, riconoscendo che “a volte in incontri privati, condivido miei pensieri personali”. Lam ha poi riferito che Pechino non ha imposto alcuna data limite per porre fine alla crisi. Tuttavia, le autorità sono state allertate, in vista delle celebrazioni della Giornata Nazionale, previste per il 1 ° ottobre. La governatrice ha aggiunto che Cina non ha “assolutamente nessun piano” che preveda il dispiegamento di  truppe dell’esercito di liberazione popolare cinese nelle strade di Hong Kong.

La Lam ha poi sottolineato che la Cina si trova in questo momento in una situazione molto delicata, riferendosi alla guerra commerciale in atto tra Pechino e Washington. In una situazione del genere, ha aggiunto, “lo spazio politico di manovra, sfortunatamente, per chi deve servire due padroni, quello cinese e il popolo di Hong Kong, è molto, molto limitato”. Gli ultimi sviluppi si aggiungono ad un’altra esclusiva di Reuters, che il 30 agosto aveva rivelato che Pechino aveva rifiutato la proposta segreta di Carrie Lam, che suggeriva di ritirare il contestato decreto sull’estradizione che ha causato le proteste. Nello specifico, il report evidenziava la fattibilità delle principali richieste dei manifestanti e analizzava come accettare parte di queste avrebbe placato le proteste. 

Cinque sono le principali domande portate avanti dagli attivisti. La prima è il ritiro di un contestato decreto, che contiene un emendamento che permetterebbe l’estradizione in Cina dei cittadini di Hong Kong per alcuni reatiLa seconda richiesta riguarda invece l’avvio di una inchiesta indipendente su ciò che è accaduto nel corso delle proteste, sia in riferimento alla condotta dei manifestanti sia delle autorità. La terza fa appello all’ottenimento di elezioni libere e democratiche. La quarta istanza prevede invece l’abbandono del termine “rivolta” in riferimento alle manifestazioni in corso ad Hong Kong. Infine, gli attivisti chiedono che vengano annullati i capi d’accusa indirizzati contro coloro che fino ad ora sono stati arrestati.  

Le manifestazioni a Hong Kong sono iniziate il 31 marzo e hanno inizialmente chiesto solo la revoca della legge sull’estradizione, sospesa il 15 giugno. Queste si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza della Cina. Le proteste si sono verificate quasi quotidianamente, e a volte sono state organizzate con poco preavviso, al fine di interrompere il regolare corso degli affari nella città. I disordini si sono intensificati domenica 25 agosto, quando la polizia ha sparato a salve in segno di avvertimento e usato cannoni ad acqua e raffiche di gas lacrimogeni contro i manifestanti che lanciavano mattoni e molotov. Dopo soli 4 giorni, l’esercito cinese ha inviato nuove truppe a Hong Kong. 

Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica. Per questo, secondo Lu Kang del Ministero degli Esteri di Pechino, i Paesi occidentali non devono interessarsi a quanto sta accadendo sull’isola. La regione autonoma speciale della Cina gode di maggiori libertà democratiche e di un sistema giuridico e legislativo indipendente da quello di Pechino, secondo il principio “un Paese, due Sistemi”. L’isola è governata in base a una legge costituzionale nota come Base Law, mutuata dal diritto anglosassone.  

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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