Gran Bretagna, Brexit: la battaglia dei laburisti e le minacce di Johnson

Pubblicato il 2 settembre 2019 alle 11:26 in Europa UK

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Il leader del partito laburista inglese, Jeremy Corbyn, tra le principali figure dell’opposizione, ha tenuto un discorso, lunedì 2 settembre, per chiarire che farà tutto il possibile per evitare che la Gran Bretagna finisca nell’incubo di una Brexit senza accordo. I parlamentari si riuniranno a Westminster, martedì 3 settembre, per la prima seduta dopo la pausa estiva e proprio in quella giornata, ha promesso Corbyn, l’opposizione discuterà e formulerà i punti principali di una legislazione che tenterà di bloccare l’uscita dall’Unione Europea senza un’intesa chiara e precisa.

I lavori del Parlamento, però, verranno messi a dura prova a causa della decisione del primo ministro inglese, Boris Johnson, di sospendere le Camere per circa un mese, prima del ritorno in aula per il discorso della regina e la presentazione del programma di governo. Il Parlamento dovrebbe iniziare ad essere sollevato dalle sue attività entro la prossima settimana, tra il 9 e il 12 settembre, mentre il ritorno è previsto per il 14 ottobre. Parlando a margine dell’incontro con le opposizioni, lunedì 2 settembre, Corbyn ha dichiarato che i piani del primo ministro di chiudere o sospendere il Parlamento sono “un attacco alla democrazia che deve essere fermato”. Johnson, da parte sua, ha giustificato la manovra affermando che la sospensione è necessaria per dare al governo il tempo di formulare l’agenda in vista del voto di fiducia, previsto tra il 21 e il 22 ottobre. In più, ha specificato il primo ministro inglese, le Camere avranno comunque il tempo di presentare le legislazioni che ritengono necessarie prima della data di uscita ufficiale dall’Unione, fissata al 31 ottobre.

“Lunedì le opposizioni si riuniscono per finalizzare i piani che serviranno a bloccare un’uscita senza accordo e martedì torneranno in Parlamento”, ha affermato Corbyn. Secondo il premier Johnson, la scelta per i legislatori britannici sarà quella di schierarsi con il leader laburista e quindi “immergere il Paese nel caos” oppure quella di appoggiare il governo e andare avanti insieme ad esso. Per Corbyn, invece, non si tratta di una battaglia tra coloro che vogliono lasciare l’Unione Europea e coloro che vogliono rimanervi, bensì di “una guerra dei molti contro i pochi che stanno cercando di dirottare i risultati del referendum per trasferire ancora più potere e ricchezza ai vertici”. Il portavoce laburista della Brexit, Keir Starmer, ha dichiarato, domenica 1 settembre, che il piano del partito ha un obiettivo “molto semplice”: impedire a Johnson di portare la Gran Bretagna fuori dall’Unione Europea senza un accordo, costringendolo, se necessario, a prorogare la scadenza della Brexit ancora una volta.

Circa una dozzina di legislatori del partito conservatore di Johnson potrebbero appoggiare l’iniziativa laburista, ha dichiarato domenica a Sky News l’ex ministro Rory Stewart. Ma il premier Johnson ha fatto sapere lunedì che espellerà dal partito tutti i parlamentari conservatori che voteranno contro il governo sulla Brexit. In particolare, i legislatori rischiano di essere allontanati dal partito e di non poter correre con i Tory alle prossime elezioni. “I capigruppo stanno dicendo ai parlamentari conservatori che se martedì non voteranno a favore del governo, distruggeranno la posizione negoziale dell’esecutivo e consegneranno il controllo del Parlamento a Jeremy Corbyn”, ha riferito una fonte del partito. “Ogni parlamentare conservatore che martedì voterà contro il governo verrà espulso e non potrà essere eletto come candidato conservatore alle prossime elezioni”, ha aggiunto.

La battaglia per la Brexit entrerà nella sua fase finale questa settimana quando i legislatori dell’opposizione cercheranno di approvare una nuova legge o far cadere il governo nel loro tentativo di bloccare quella che dicono sarebbe una Brexit senza accordo economicamente molto dannosa.

In questo momento, Londra si trova nel mezzo di una crisi costituzionale interna e di una resa dei conti con l’UE poiché Johnson si è impegnato a lasciare il blocco in 66 giorni, con o senza accordo, a meno che Bruxelles non accetti di rinegoziare l’uscita del Regno Unito. Il punto critico della trattativa è il backstop, una clausola che impedirebbe il ritorno di un confine duro in Irlanda, unica frontiera terrestre tra Gran Bretagna e UE, misura duramente contrastata da Johnson in quanto renderebbe il Regno Unito dipendente dall’UE. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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