Libia: no di Guterres a milizie dall’estero e al ritorno dei migranti

Pubblicato il 30 agosto 2019 alle 15:44 in Africa Libia

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Il quotidiano Al-Marsad ha ricevuto, in esclusiva, una copia delle raccomandazioni elaborate dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, circa la situazione in Libia. Queste verranno presentate nel corso di una riunione prevista nella prima settimana di settembre.

Il rapporto, distribuito la sera del 29 agosto ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, è composto da 20 pagine e comprende 105 punti. Il quotidiano arabo ha menzionato, in particolare, il paragrafo n.98, dove viene espresso lo stato di preoccupazione di Guterres circa la presenza di mercenari e combattenti stranieri, all’interno delle milizie impegnate nel conflitto in Libia, oltre che per il flusso di armi verso il Paese. Pertanto, il segretario generale ha invitato e ricordato a tutti gli Stati membri di non vendere armi alla Libia.

Per Guterres, alla base della crisi in Libia vi è una crisi in materia di sicurezza. A tal proposito, è stata evidenziata l’importanza di ristabilire lo stato di diritto in tutto il Paese, attraverso il monopolio statale sull’uso della forza e la messa in atto di una strategia di sicurezza globale, volta a creare istituti per la sicurezza unificati, professionali e affidabili.

Per la terza volta nel giro di pochi mesi, il segretario generale ha sottolineato che la diffusione delle armi e la continua ingerenza da parte di gruppi armati dall’estero, nel lavoro delle istituzioni sovrane in Libia, destano particolare preoccupazione. Ciò soprattutto quando le milizie armate prendono il controllo delle istituzioni riconosciute dalle Nazioni Unite, tra cui il ministero della Difesa, degli Affari interni ed Esteri, la banca centrale ed il Consiglio presidenziale, provando ad interferire con le loro prestazioni.

Per quanto riguarda la questione dell’immigrazione clandestina, il segretario generale ha evidenziato la necessità di liberare rifugiati e migranti in Libia, fornendo loro centri più sicuri, fino all’elaborazione delle domande di asilo, o aiutandoli a tornare nei propri Paesi di origine. A tal proposito, Guterres ha dichiarato che la Libia non rappresenta un porto sicuro per rifugiati e migranti e, pertanto, ha esortato tutti i Paesi a rivedere le proprie politiche in materia di immigrazione, se queste prevedono il ritorno sulle coste libiche, con particolare riferimento all’Italia.

Nel rapporto, la situazione in Libia è stata definita allarmante, soprattutto nel caso di bombardamenti e attacchi contro oggetti e soggetti civili, personale umanitario e sanitario. È stato nuovamente sottolineato che coloro che commettono crimini, ai sensi del diritto internazionale umanitario, devono essere puniti, e che non vi può essere una soluzione militare al conflitto. Tuttavia, una soluzione politica richiede anche un impegno a livello internazionale. Inoltre, Guterres ha dichiarato che dei 202 milioni di dollari previsti in aiuti umanitari dal Piano di Risposta Umanitaria 2019, solo il 20% è stato finanziato. Se fondi ulteriori non verranno stanziati, sarà difficile soddisfare i bisogni di coloro che subiscono le conseguenze di attacchi o della situazione generale della Libia.

Il 15 agosto scorso, anche l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamé, aveva condannato duramente i violenti ed incessanti attacchi in Libia contro strutture e operatori sanitari. Secondo Salamé, mirare intenzionalmente a operatori sanitari, strutture sanitarie e ambulanze rappresenta un crimine di guerra. Inoltre, se ciò avviene nel quadro di attacchi sistematici su ampia scala, diretti contro la popolazione civile, si è di fronte ad un crimine contro l’umanità.

La situazione di grave instabilità in Libia è cominciata il 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Gli schieramenti che si oppongono sono due. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar, la Turchia e l’Italia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

A detta dell’Onu, sin dal 4 aprile scorso, data di inizio della violenta offensiva verso Tripoli, guidata da Haftar, oltre 37 attacchi hanno preso di mira operatori sanitari e strutture mediche, violando il diritto internazionale umanitario. Inoltre, almeno 19 ambulanze e 19 ospedali sono stati colpiti da bombardamenti o attacchi aerei, causando almeno 11 morti e più di 33 feriti. Tale bilancio, a detta delle Nazioni Unite, potrebbe raggiungere cifre ben più elevate.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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