Crisi in Kashmir: il ruolo delle forze paramilitari dell’India

Pubblicato il 27 agosto 2019 alle 15:57 in Asia India

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Per reprimere le proteste degli attivisti e gli attentati dei militanti nella regione del Kashmir amministrata da Nuova Delhil’India non fa eccessivo affidamento sul suo esercito, né sulla sua polizia, ma sul suo corpo paramilitare. 

È quanto riportato, martedì 27 agosto, da Reuters, che spiega come spesso in prima linea, sia che si tratti dei protestanti che lanciano pietre in segno di ribellione, come avviene da quando l’India ha, il 5 agosto, revocato l’autonomia della regione, sia che la minaccia provenga dagli uomini armati dei gruppi jihadisti attivi, vi sia una forza paramilitare, la Central Reserve Police Force (CRPF). 

La CRPF è oggi sotto il controllo del Ministero degli Affari Interni dell’Indiadopo essere stata fondata nel 1939, prima dell’indipendenza dell’India dal Regno Unito, con il nome di Crown Representative Police. Due anni dopo la fine del dominio britannico, nel 1949, la Crown Representative Police è diventata CRPF e da quel momento ha iniziato ad assumere un ruolo sempre più esteso, principalmente riguardante, in ogni caso, il controllo dei movimenti secessionisti nelle regioni periferiche dell’India. Per adempiere al suo ruolo, la CRPF, dotata di uniforme mimetica, è stata più volte accusata di adottare una condotta aggressiva, soprattutto in virtù del suo equipaggiamento. Armi ad aria compressa antisommossa granate al peperoncino che quando esplodono rilasciano polvere piccante che soffoca e ustiona le vittime sono solo alcune delle dotazioni della forza paramilitare indiana, ritenuta dagli esperti “fortemente versatile e resistente”. 

Proprio in virtù della forza e della prontezza della CRPF, sebbene fosse nata per fornire supporto alla polizia e all’esercito indiano, le autorità centrali hanno finito per essere “eccessivamente dipendenti” dai paramilitari, in base a quanto emerso da un report dello scorso dicembre realizzato da una commissione d’inchiesta parlamentare indiana. Ciò ha fatto sì che talvolta la CRPF “assumesse il controllo” al posto dell’esercito o della polizia, secondo gli esperti, come avvenuto Srinagar, nel Kashmir, dove alcuni poliziotti e membri delle forze paramilitari hanno rivelato a Reuters che ormai è la CRPF ad occuparsi delle operazioni quotidiane, così come sono loro ad avere il compito di condurre i blitz nei quartieri della città. 

L’espansione del ruolo dei paramilitari può, però, causare un contrasto interno alle autorità, per via di molteplici fattori. Il primo concerne il risentimento che la polizia dell’area di Jammu e Kashmir inizia a manifestare a causa del disprezzo avvertito da parte dei membri della CRPF. Il secondo fattore per cui può verificarsi un contrasto interno alle autorità riguarda invece lo scontento degli stessi membri della CRPF, i quali lamentano di essere trattati in modo inferiore, in termini sia di paga sia di benefit, rispetto all’esercito, nonostante il suo ruolo sempre maggiore. 

Parallelamente, in Kashmir, sempre più attivisti criticano la condotta della CRPF, soprattutto in riferimento alle pistole ad aria compressa che, secondo quanto riportato, hanno reso ciechi, negli ultimi anni, migliaia di abitanti della regione. Da parte sua, invece, il governo dell’India continua a difendere l’utilizzo di tali armi per disperdere i manifestanti che lanciano le pietre, in quanto, secondo Nuova Delhi, si tratta di “armi non letali”. 

Il Kashmir è una regione al confine tra India e Pakistan, i quali vivono in un clima di rivalità da decenni a causa di dispute territorialiLa regione è suddivisa in 3 aree, ovvero Jammu e Kashmir, nel centro-Sud, di sovranità indiana; lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, nel Nord, sotto il controllo del Pakistan. Infine, la zona Nord-orientale di Aksai Chin è cinese. Tale divisione, tuttavia, non è riconosciuta formalmente, così che l’India e il Pakistan rivendicano tutt’ora il controllo sulle rispettive aree. Ad incrementare ulteriormente le tensioni tra i due Stati asiatici, le accuse dell’India al Pakistan in merito al sostegno fornito ai militanti separatisti nel Kashmir, smentito da Islamabad.  

Le relazioni si sono ulteriormente inasprite il 14 febbraio, quando 44 indiani sono morti in Kashmir a causa di un attentato rivendicato da un gruppo militante islamista pakistano, il Jaish-e-Mohammad (JeM). In seguito all’attacco, il Pakistan ha chiuso il suo spazio aereo, costringendo inoltre i vettori stranieri a costose deviazioni. Successivamente, il 12 maggio, l’ISIS ha rivendicato la creazione di una sua provincia in Kashmir.    

Le tensioni hanno raggiunto l’apice il 2 agosto, dopo che le forze di sicurezza indiane avevano rivelato di aver sventato un attentato in Kashmir, pianificato, a loro avviso, dai militanti supportati dal Pakistan. Da qui, la decisione di isolare alcune aree del Kashmir indiano e di arrestare alcuni politici locali. Successivamente, il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione del Kashmir, per ragioni di sicurezza. A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo 16 giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari. Il 21 agosto, nel corso delle proteste, 2 persone, tra cui un ufficiale di polizia e un ribelle armato, sono rimaste uccise in uno scontro a fuoco tra esercito e manifestanti. 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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