Rohingya: due anni fa il massacro in Myanmar e l’esodo in Bangladesh

Pubblicato il 26 agosto 2019 alle 10:39 in Bangladesh Myanmar

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Circa 100.000 rifugiati dell’etnia Rohingya hanno celebrato, domenica 25 agosto, i due anni dalla brutale repressione militare del Myanmar, che ha costretto oltre 730.000 persone a fuggire oltre il confine e a compiere un imponente esodo in Bangladesh. Folle enormi si sono radunate al mattino su una collina per svolgere le preghiere commemorative dedicate ai parenti uccisi nel genocidio. Altri hanno marciato sotto il sole torrido cantando “Vogliamo giustizia” e “Niente più massacri”. Molti indossavano camicie bianche con la scritta “Ricordo del genocidio dei Rohingya”.

Le commemorazioni hanno avuto luogo nel mezzo delle tensioni, acuitesi in alcuni campi profughi del Bangladesh, dopo che le forze di sicurezza sono state accusato di aver ucciso due Rohingya, sabato 24 agosto. Gli agenti si sono giustificati asserendo che i due uomini fossero coinvolti nell’omicidio di un funzionario del partito di governo.

Più di un milione di persone vivono attualmente nei campi nel Sud del Bangladesh, il più grande insediamento di rifugiati del mondo. La maggioranza è fuggita nel 2017 dalle violenze del Myanmar che, secondo le Nazioni Unite, sono state perpetrate con “l’intento di genocidio”. I rifugiati affermano che le forze di sicurezza del Myanmar e diversi civili buddisti hanno compiuto omicidi di massa e stupri di gruppo durante le settimane di “operazioni di pulizia”. Il Myanmar nega tali accuse e afferma che stava conducendo operazioni legittime contro i ribelli Rohingya accusati di aver attaccato posti di polizia.

“Ci manca la nostra casa, i nostri parenti, i nostri cari che sono stati uccisi in Myanmar”, ha dichiarato Chekufa, leader della Rete per l’emancipazione e la difesa delle donne Rohingya, che ha organizzato una delle manifestazioni di domenica. “Oggi ci mancano molto”, ha aggiunto.

Il tentativo di rimpatriare migliaia di Rohingya dal Bangladesh è fallito, il 22 agosto, con quasi 300 famiglie di rifugiati che si sono rifiutate di tornare in Myanmar. I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato l’esodo di circa 730.000 Rohingya verso il Bangladesh. 

In Myanmar, i Rohingya vengono denigrati come immigrati clandestini dal Bangladesh, viene negata loro la cittadinanza e vengono sottoposti a rigorose restrizioni della libertà di movimento. Nonostante condizioni squallide nei campi del Bangladesh, i rifugiati hanno paura di tornare a casa senza garanzie di cittadinanza e sicurezza. “Siamo molto grati al governo del Bangladesh, ma viviamo qui non come esseri umani ma come animali, solo mangiando e dormendo”, ha detto Chekufa.

L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. Alla funzionaria dell’Onu, Yanghee Lee, è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017, a causa delle sue critiche riguardanti il trattamento riservato ai Rohingya. Le autorità birmane hanno rifiutato la sua ultima richiesta di visitare il Paese.

Secondo la Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è stato una “grande delusione”. Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, 44 giornalisti sono stati arrestati, secondo Athan, un gruppo che sostiene la libertà di espressione e che ha base a Yangon, una delle più grandi città antiche del Myanmar . Il numero comprende 2 reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni di carcere dopo aver coperto la notizia riguardante il massacro di 10 Rohingya per mano delle forze armate governative. La strada intrapresa dal Paese asiatico è stata definita “allarmate” dalle associazioni per la tutela dei diritti umani. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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