Bangladesh: fallito anche l’ultimo tentativo di rimpatriare i Rohingya

Pubblicato il 23 agosto 2019 alle 8:30 in Bangladesh Myanmar

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Il tentativo di rimpatriare migliaia di Rohingya dal Bangladesh è fallito, il 22 agosto, con quasi 300 famiglie di rifugiati che si sono rifiutate di tornare in Myanmar. 

Nessuna delle 295 famiglie consultate dalle Nazioni Unite aveva accettato il rimpatrio, secondo quanto ha affermato un funzionario di soccorso del Bangladesh, Mohammad Abul Kalam. Tuttavia, le autorità del Paese, supportate dall’agenzia dell’ONU per i Rifugiati, avevano già preparato un autobus e un camion per trasportare le persone attraverso il confine. “Questo è un processo in atto”, ha dichiarato Kalam. “Stiamo intervistando altre famiglie che sono state autorizzate dal governo a tornare e se qualcuno lo vuole, li porteremo. Tutte le strutture e la logistica sono pronte”. Min Thein, il direttore del Ministero del welfare sociale del Myanmar, ha affermato che alcuni funzionari erano stati inviati per accogliere i rifugiati al confine. Tuttavia, questi non hanno trovato nessuno. I precedenti tentativi di persuadere Rohingya a tornare in patria erano ugualmente falliti a causa dell’opposizione dei rifugiati stessi. 

Il Myanmar aveva autorizzato il rimpatrio di 3.450 persone su elenco di oltre 22.000 rifugiati, fornito dal Bangladesh. La notizia era stata riferita il 20 agosto dal portavoce del governo, Zaw Htay. “Abbiamo già negoziato con il Bangladesh per accettare queste 3.450 persone che arriveranno il 22 agosto”, ha aggiunto. “Sarà un esperimento congiunto guidato dall’UNHCR”, aveva precedentemente dichiarato, il 19 agosto, Abul Kalam, commissario per il soccorso e il rimpatrio dei rifugiati del Bangladesh. Secondo Kalam, i funzionari del Bangladesh e del Myanmar avevanop in programma di rimpatriare 300 Rohingya al giorno. 

I Rohingya non sono mai stati riconosciuti ufficialmente come etnia dal Myanmar, dove sono stati vittima di persecuzioni dalla maggioranza buddhista e dall’esercito. Tali violenze sono aumentate nell’agosto del 2017, finendo al centro dell’attenzione internazionale. In tale mese, a seguito a degli attacchi sferrati contro alcune stazioni di polizia da un gruppo di militanti islamisti della minoranza, vi è stato un esodo di circa 700.000 Rohingya verso il Bangladesh. 

L’Onu ha pubblicato un rapporto, il 27 agosto 2018, in cui alcuni ufficiali dell’esercito del Paese asiatico sono accusati di genocidio nei confronti della minoranza musulmana. Alla voce delle Nazioni Unite si sono unite quelle degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno definito le azioni dell’esercito birmano “pulizia etnica”. Le autorità dello Stato asiatico hanno contestato tutte le accuse, incolpando i Rohingya di terrorismo. Alla funzionaria dell’Onu, Yanghee Lee, è stato impedito di entrare in Myanmar dal 2017, a causa delle sue critiche riguardanti il trattamento riservato ai Rohingya. Le autorità birmane hanno rifiutato la sua ultima richiesta di visitare il Paese.

Secondo la Lee, il governo guidato dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi è stato una “grande delusione”. Da quando Suu Kyi è salita al potere nel 2015, 44 giornalisti sono stati arrestati, secondo Athan, un gruppo che sostiene la libertà di espressione e che ha base a Yangon, una delle più grandi città antiche del Myanmar . Il numero comprende 2 reporter dell’agenzia di stampa Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, condannati a 7 anni di carcere dopo aver coperto la notizia riguardante il massacro di 10 Rohingya per mano delle forze armate governative. La strada intrapresa dal Paese asiatico è stata definita “allarmate” dalle associazioni per la tutela dei diritti umani. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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