Sudan: Abdalla Hamdok è il nuovo primo ministro

Pubblicato il 22 agosto 2019 alle 13:12 in Africa Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il nuovo primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, ha prestato giuramento, mercoledì 21 agosto, come leader del governo di transizione, promettendo di riportare la stabilità a livello nazionale, risolvere la crisi economica e garantire una pace duratura. Il capo del deposto Consiglio militare, Abdel Fattah al-Burhan, ha invece assunto il ruolo di presidente del Consiglio Sovrano,  l’organo che gestirà il Paese per 3 anni fino a nuove elezioni. Tale organismo è composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 che viene designato di comune accordo tra le parti.

“Lo slogan profondamente radicato nella rivoluzione,” Libertà, Pace e Giustizia” costituirà il programma del periodo di transizione”, ha dichiarato Hamdok nella capitale, Khartum, in conferenza stampa davanti ai giornalisti. Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Norvegia hanno accolto con favore la nomina di Abdalla Hamdok a nuovo primo ministro sudanese, definendolo un momento storico per la nazione e tutto il continente. I tre Paesi hanno poi invitato i militari a “impegnarsi in modo costruttivo” con il nuovo governo e hanno affermato, in una dichiarazione congiunta: “La nomina di un governo a guida civile offre l’opportunità di ricostruire un’economia stabile e creare un governo che rispetti i diritti umani e le libertà personali”.

La composizione del Consiglio sovrano di 11 membri, che sostituirà il Consiglio militare appena sciolto, è stata completata martedì 20 agosto, e comprende sei figure civili e cinque militari. Tra i militari designati figura anche il generale Mohamed Hamdan Dagalo che ha assunto un ruolo sempre più centrale nel panorama politico sudanese e alcuni dicono intenda raggiungere in futuro la carica di presidente. Dagalo è anche capo delle Forze di Supporto Rapido, un gruppo paramilitare ritenuto particolarmente feroce e accusato di aver commesso atrocità contro i civili nella guerra del Darfur.

Alcuni analisti e membri dell’opposizione hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’accordo sulla condivisione del potere potrebbe non essere all’altezza delle aspettative. Il Sudan è un Paese in cui i militari, sostenuti dagli islamisti, hanno dominato per decenni e assunto il potere con la forza. In generale, però, l’entusiasmo e la speranza tendono a prevalere. “Con l’inizio del periodo di transizione, siamo entrati nella fase più complessa, la fase di costruzione e riforma”, ha affermato Al-Rashed Saeed, portavoce dell’Associazione dei Professionisti sudanesi, parte fondamentale della coalizione delle Forze per la Libertà e il Cambiamento, che ha negoziato l’accordo politico con il Consiglio militare.

Uno dei compiti principali del governo di transizione, durante i primi 6 mesi del suo operato, sarà la definizione di un piano pacificatore mirato a sedare i conflitti tra i gruppi armati attivi nella parte meridionale e occidentale del Paese. Due importanti punti di dibattito sono poi il ruolo del Servizio di Intelligence Generale del Paese e quello delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il più potente gruppo paramilitare sudanese. In base alla bozza della dichiarazione, i servizi segreti riporteranno direttamente al gabinetto di governo e al consiglio sovrano, organo che governerà il Paese nel periodo di transizione, mentre le RSF ricadranno nella giurisdizione del commando generale delle forze armate. I manifestanti hanno altresì ottenuto l’istituzione di una commissione d’inchiesta nazionale indipendente che indagherà sulla violenta repressione delle proteste in tutto il Paese, dopo la rimozione dell’ex presidente, Omar al-Bashir, l’11 aprile. Nello specifico ci sarà una “inchiesta trasparente e indipendente” sui fatti del 3 giugno nella capitale, Khartoum, che hanno causato la morte di più di 100 individui. 

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento del presidente al-Bashir.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate continuano a mettere in pericolo la vita dei cittadini sudanesi. In tale contesto, gli analisti sostengono che la rivolta che ha rovesciato al-Bashir rischia di perdere gli obiettivi di libertà e democrazia che si prefiggeva di raggiungere.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.