Crisi in Kashmir, Pakistan: “Con l’India non abbiamo più niente da dirci”

Pubblicato il 22 agosto 2019 alle 13:18 in India Pakistan USA e Canada

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Il primo ministro del Pakistan, Imran Khan, ha dichiarato di non avere più intenzione di ricercare il dialogo con l’India, sollevando la paura che la crisi in Kashmir possa trasformarsi in una guerra tra i due Paesi. 

In un’intervista rilasciata al New York Times, Khan ha espresso il proprio scontento in merito a quelle che lui stesso ha definito “continui rifiuti” da parte dell’omologo indiano, Narendra Modi, alle richieste di contatto avanzate da Khan sia prima sia dopo la rimozione dell’autonomia del Kashmir.  

Nel corso dell’intervista, pubblicata mercoledì 21 agosto, Khan ha dichiarato che non vi è “più alcuna ragione di parlare con l’India”, dal momento che il primo ministro pakistano ritiene di “aver parlato da solo” e che tutti i “tentativi fatti per la pace e il dialogo sembrano essere stati interpretati dall’India come accondiscendenza”. Ciò dimostra, secondo Khan, come “non ci sia nient’altro da fare”.  

Da parte sua, il governo indiano non ha ancora fornito risposta alle critiche del premier pakistano, ma l’ambasciatore indiano negli Stati Uniti, Harsh Vardhan Shringlaha negato quanto detto da Khan, spiegando che, “in base alla sua esperienza, ogni volta che l’India ha partecipato ad una iniziativa sulla pace, ci ha rimesso”. Per questo motivo, ha spiegato Shringla, Nuova Delhi attende che “il Pakistan intraprenda un’azione irreversibile e dimostrabile contro il terrorismo”. Secondo l’ambasciatore, inoltre, la situazione in Kashmir “sta rientrando nella normalità”. 

Le dichiarazioni di Khan giungono a soli giorni di distanza dal colloquio telefonico che il premier di Islamabad ha avuto con il presidente Trump, in occasione del quale Khan ha chiesto al presidente americano “di discutere con il premier indiano al fine di trovare una soluzione alla crisi tra i due Paesi in relazione alla regione del Kashmir”. Sebbene gli Stati Uniti si siano mostrati disponibili a mediare tra i due Paesi asiatici per raggiungere un accordo e terminare la crisi, come richiesto dal Pakistan, l’India si è opposta alla mediazione statunitense. 

I contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir vanno avanti da decenni. Tale regione si trova al confine tra i due Paesi ed è suddivisa in 3 aree, tutte oggetto di dispute territoriali. La zona di Jammu e Kashmir, nel centro-Sud, è indiana; lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, nel Nord, sono pakistane. Infine, la zona Nord-orientale di Aksai Chin è cinese. Tale divisione, tuttavia, non è riconosciuta formalmente, così che l’India e il Pakistan rivendicano tutt’ora il controllo sulle rispettive aree. In tale clima di rivalità, l’India ha negli anni accusato il Pakistan di appoggiare i militanti separatisti nel Kashmir. Il Pakistan nega le accuse, ma tali rassicurazioni non hanno mai convinto l’India, nonostante il primo ministro di Islamabad, Imran Khan, abbia affermato che il suo Paese è ormai cambiato e “desideroso di stabilità”.    

Le relazioni tra India e Pakistan si sono ulteriormente inasprite il 14 febbraio, quando un attentato suicida nel Kashmir ha ucciso 44 indiani. L’attacco era stato rivendicato da un gruppo militante islamista pakistano, il Jaish-e-Mohammad (JeM). Dall’attentato del 14 febbraio, Il Pakistan ha chiuso il suo spazio aereo e i vettori stranieri che partono dal territorio indiano sono stati costretti a fare costose deviazioni. Successivamente, il 12 maggio, l’ISIS ha rivendicato la creazione di una sua provincia in Kashmir.  

Il 2 agosto, le forze di sicurezza indiane avevano rivelato di aver sventato un attentato in Kashmir che, secondo le autorità, era stato pianificato da militanti supportati dal Pakistan. Da qui, la decisione del 4 agosto di bloccare l’accesso ad alcune aree del Kashmir indiano e di arrestare alcuni politici locali. Successivamente, il 5 agosto, il governo indiano ha abolito lo status speciale della contesa regione del Kashmir, per ragioni di sicurezza. 

A seguito della rimozione dell’autonomia, dopo 16 giorni di coprifuoco e blocco di internet e delle comunicazioni, il Kashmir è stato colpito da un’ondata di proteste caratterizzate dal lancio di pietre contro i militari i quali, nel tentativo di placare i manifestanti, rispondono arrestando gli attivisti. Il 21 agosto, 2 persone, tra cui un ufficiale di polizia e un ribelle armato, sono rimaste uccise in uno scontro a fuoco tra esercito e manifestanti. 

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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