Canada, Trudeau: “Nessun passo indietro nella crisi diplomatica con la Cina”

Pubblicato il 22 agosto 2019 alle 12:29 in Cina Hong Kong USA e Canada

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Il premier canadese, Justin Trudeau, ha dichiarato che il Canada non ha intenzione di compiere alcuna mossa tesa a far inasprire ulteriormente, né tantomeno far scemare, la tensione economica e diplomatica che caratterizza le relazioni con la Cina a partire dallo scorso dicembre. 

La dichiarazione, rilasciata mercoledì 21 agosto, giunge in risposta all’invito che Pechino ha indirizzato ad Ottawa di non interferire nella crisi di Hong Kong dove, iniziate il 31 marzo contro un emendamento sull’estradizione in Cina per alcuni reati, le manifestazioni si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. A tale riguardo, Trudeau si era espresso chiedendo moderazione da parte di ambo le parti e, soprattutto, il rispetto dei diritti umani. L’attenzione del premier canadese rivolta alle proteste ad Hong Kong, ha spiegato Trudeau, deriva, oltre che dal clima di tensione con la Cina, anche dal fatto che l’isola ospiti circa 300.000 cittadini canadesi. 

Nella situazione attualesecondo il primo ministro di Ottawa, il Canada “deve riconoscere che la Cina sia una potenza in crescita e sempre più assertiva in merito al suo ruolo nell’ordine internazionale”. Ciò non vuol dire, però, spiega il premier canadese, che Ottawa debba “commettere errori”, in quanto “difenderà sempre i cittadini canadesi e gli interessi del Canada”. Per tale ragione, in riferimento alla crisi con la Cina, ha annunciato Trudeau, Ottawa “non peggiorerà la situazione, né indietreggerà”. 

In risposta, un portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, Geng Shuang, ha dichiarato, giovedì 22 agosto, come i problemi emersi nell’ambito delle relazioni bilaterali tra Canada e Cina “siano totale responsabilità di Ottawa”. Per tale ragione, ha specificato Shuang, Pechino spera che “il Canada rifletta sui propri sbagli, che hanno a che fare con i problemi interni della Cina e con il suo ruolo nello scacchiere internazionale”, chiedendo al tempo stesso di “rilasciare Meng Wanzhou”, la direttrice finanziaria di Huawei in custodia in Canada dal 1 dicembre. 

Nel frattempo, la questione sarà oggetto dell’incontro tra Trudeau e il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in visita in Canada per la prima volta dalla sua nomina, programmato per la giornata del 22 agosto. 

La crisi tra Canada e Cina è scoppiata nello scorso dicembre, quando Tokyo ha arrestato 2 cittadini canadesi, un ex diplomatico, Michael Kovrig, e un imprenditore, Michael Spavor, con l’accusa di spionaggio. Tali arresti sono avvenuti in risposta alla presa in custodia da parte di Ottawa della direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, avvenuta il 1° dicembre, per via di un mandato di arresto internazionale emesso dagli Stati Uniti. Poco dopo, la Cina ha arrestato ulteriori 2 cittadini canadesi, sentenziandoli a morte, con l’accusa di traffico di stupefacenti.  

A quel punto, il Canada ha chiesto la collaborazione degli Stati Uniti per ottenere il rilascio dei due diplomatici. Trudeau e Trump hanno avuto un colloquio telefonico, il 9 maggio, in cui il presidente USA ha assicurato al premier canadese che ne avrebbe discusso con il presidente cinese, Xi Jinping, in occasione del G20 di giugno. Tuttavia, non sono emersi sviluppi in merito, e il portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, Geng Shuang, aveva commentato la vicenda dicendo di sperare che “il Canada non fosse troppo ingenuo nel pensare che chiedere ai cosiddetti alleati di porre pressioni alla Cina potesse funzionare”. Tuttavia, giovedì 4 luglio, l’ambasciatore statunitense Kelly Craft aveva confermato che il presidente USA aveva affrontato la questione in occasione del suo incontro con Xi Jinping in Giappone.  

Da parte loro, gli Stati Uniti avevano rilasciato, il 3 gennaio, una comunicazione di allerta per i cittadini americani intenzionati a recarsi in Cina. Nel documento, il Dipartimento di Stato americano aveva diffuso informazioni in merito all’aumento di arresti di cittadini stranieri da parte della Cina, che utilizza poi strumenti consolari di divieto di uscita dei cittadini stranieri, “obbligando talvolta gli statunitensi a rimanere su suolo cinese per anni”. Tale pratica, ha reso noto il Dipartimento di Stato, viene adottata da Pechino per 3 ragioni principali. La prima motivazione individuata da Washington è quella di coinvolgere in modo forzato i cittadini americani nelle investigazioni governative cinesi. Il secondo motivo per cui i cittadini americani non possono talvolta lasciare la Cina fa riferimento alla decisione di indurre i cinesi che vivono all’estero a rimanere in Cina. La terza ragione, invece, è correlata all’aiuto che gli stranieri possono fornire alle autorità cinesi nel risolvere dispute legali che coinvolgono Paesi esteri.  

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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