Hong Kong: undicesima settimana di proteste

Pubblicato il 19 agosto 2019 alle 9:03 in Cina Hong Kong

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Decine di migliaia di manifestanti, vestiti di nero, si sono radunati a Victoria Park, il 18 agosto, e hanno nuovamente marciato per le strade di Hong Kong. Si tratta dell’undicesima settimana consecutiva di proteste antigovernative.

Solo una manifestazione era stata autorizzata per la giornata di domenica 18 agosto e la polizia aveva negato il permesso di spostarsi verso il quartiere degli affari della città. Tuttavia, la protesta è diventata rapidamente una grande marcia e ha cominciato a muoversi verso tale destinazione. Anche quando ha iniziato a piovere, i manifestanti non hanno lasciato il corteo, che si è riempito di ombrelli colorati. Intanto, il passaggio di un tale numero di persone ha finito per inceppare le arterie principali della città. 

Gli organizzatori hanno riferito che circa 1,7 milioni di persone hanno partecipato alla marcia, rendendola la seconda manifestazione più imponente dall’inizio delle proteste. Arrivati nel quartiere di Wan Chai, i manifestanti hanno cantato cori che inneggiavano alle dimissioni del governo di Hong Kong. “Carrie Lam, dimettiti!”, urlavano i manifestanti. “Pensiamo che questa sia la partita finale, l’ultima volta che combattiamo”, ha dichiarato un uomo di 27 anni, che ha chiesto di essere identificato come May. Questo indossava una maschera per non mostrare la propria identità. “Questa volta non facciamo un passo indietro”, ha aggiunto. 

La marcia era stata organizzata dal Civil Human Rights Front (CHRF), lo stesso gruppo che ha portato milioni di persone in piazza negli ultimi mesi. “Se pensano di poter semplicemente aspettare che la nostra campagna finisca, si sbagliano completamente”, ha affermato Bonnie Leung, dello staff di CHRF. I manifestanti chiedono la completa revoca della proposta di legge di estradizione in Cina, il suffragio universale e l’amnistia per tutte le persone arrestate durante le proteste.

Leung ha anche ribadito la natura pacifica delle proteste, incoraggiando tutti i più “coraggiosi” a partecipare. La maggior parte delle manifestazioni si è svolta pacificamente, ma alcune si sono trasformate in scontri caotici. I partecipanti hanno lanciato mattoni contro la polizia, che ha usato gas lacrimogeni, proiettili di gomma, spray al peperoncino e manganelli contro i cortei. Tuttavia, dopo l’occupazione dell’aeroporto un gruppo di manifestanti, il 13 agosto, ha legato e malmenato due uomini cinesi.

Tale evento ha gettato cattiva luce sul movimento e ha provocato numerose reazioni di pubblica disapprovazione, anche tra i manifestanti. Proprio a causa di cià, il governo cinese ha accusato i manifestanti di “terrorismo” e ha diffuso alcuni video di soldati di Pechino che venivano stanziati al confine con il territorio semi-autonomo di Hong Kong, nella città continentale di Shenzhen, il 15 agosto.

Iniziate il 31 marzo, dopo tre mesi, le manifestazioni si sono trasformate in una sfida contro il governo della città e contro l’influenza di Pechino. Le proteste si sono verificate quasi quotidianamente, e a volte sono state organizzate con poco preavviso, al fine di interrompere il regolare corso degli affari nella città. Questi disordini hanno messo sotto pressione il governo, che ha risposto con un massiccio dispiegamento di forze di polizia, che sono state spesso accusate di utilizzare eccessivamente la forza.

Hong Kong è “tornata alla Cina” nel 1997 e ha perso il suo status di colonia britannica. Per questo, secondo Lu Kang del Ministero degli Esteri di Pechino, il Regno Unito e i Paesi occidentali non devono interessarsi a quanto sta accadendo sull’isola. La regione autonoma speciale della Cina gode di maggiori libertà democratiche e di un sistema giuridico e legislativo indipendente da quello di Pechino, secondo il principio “un Paese, due Sistemi”. L’isola è governata in base a una legge costituzionale nota come Base Law, mutuata dal diritto anglosassone.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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