Sudan: proposto nome del futuro primo ministro

Pubblicato il 16 agosto 2019 alle 16:24 in Africa Sudan

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L’Alleanza delle Forze per la Libertà e il Cambiamento, principale punto di riferimento dell’opposizione al governo militare del Sudan, ha dichiarato che nominerà l’economista Abdalla Hamdok nuovo primo ministro del futuro Governo di Transizione del Paese. La scelta del candidato è il primo passo verso la creazione di un nuovo esecutivo transitorio in attesa di elezioni libere e democratiche.  La nomina di Hamdok, che ha lavorato anche all’interno di istituzioni internazionali, arriva dopo mesi di discontinue consultazioni e negoziati tra il Consiglio militare di Transizione (TMC), al potere dalla caduta dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019, e l’opposizione guidata dalla cosiddetta Alleanza delle Forze per la Libertà e il Cambiamento.

Secondo quanto concordato dalle parti nella prima intesa formale, firmata il 17 luglio, il nuovo Consiglio sovrano sudanese, ovvero l’organo esecutivo, composto da 10 membri, 5 nominati dai militari e 5 dai civili, più 1 nominato di comune accordo, designerà il futuro primo ministro sulla base delle candidature presentate dall’Alleanza. Una volta che ciò sarà avvenuto, il Sudan inaugurerà un periodo di transizione della durata di 3 anni che, nella migliore delle ipotesi, condurrà la nazione alle prossime elezioni democratiche. Il Consiglio sovrano dovrebbe formarsi , secondo i piani, domenica 18 agosto, e solo a quel punto il Consiglio Militare di Transizione verrà disciolto con un nuovo primo ministro destinato a salire al potere entro martedì prossimo.

Abdalla Hamdok, che era stato a lungo indicato come il preferito, ha lavorato come Vice-Segretario esecutivo della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa e ha altresì ricoperto ruoli importanti all’interno dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e della Banca Africana di Sviluppo. È stato un funzionario del Ministero delle Finanze sudanese negli anni’80, prima che un colpo di Stato militare portasse al potere al-Bashir. Secondo alcuni analisti, i buoni rapporti che legano Hamdok alle Nazioni Unite e all’Unione Africana potrebbero favorire la rimozione del Sudan dalla lista americana di Stati sponsor del terrorismo, cosa che ha impedito per lungo tempo al Paese di avere accesso ai finanziamenti della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

“Desideriamo che il dottor Abdalla Hamdok abbia successo in uno dei periodi più difficili della storia del nostro Paese e del nostro popolo, un periodo in cui il popolo sudanese rivoluzionario non vede l’ora di andare avanti e ricominciare a sperare”, ha affermato l’Associazione Professionale sudanese, uno dei maggiori gruppi che ha guidato il movimento di protesta e che fa parte dell’Alleanza. Secondo quanto rivelano fonti dell’opposizione, l’Alleanza nominerà in seguito come Pubblico ministero l’ex giudice e attivista per i diritti umani Mohamed Alhafiz Mahmoud e come capo della Magistratura Abdelqadir Mohamed Ahmed.

In conferenza stampa, giovedì 15 agosto, un rappresentante dell’Alleanza delle Forze per la Libertà e il Cambiamento ha dichiarato che le nomine di due degli 11 membri del nuovo Consiglio sovrano sudanese erano già state presentate e che la loro convocazione era prevista nelle prossime 24 ore.

L’Alleanza e il Consiglio Militare dovrebbero apporre le firme finali sulla dichiarazione costituzionale sabato 17 agosto durante una cerimonia a Khartum che prevede la partecipazione di personalità straniere.

Uno dei compiti principali del governo di transizione, durante i primi 6 mesi del suo operato, sarà la definizione di un piano pacificatore mirato a sedare i conflitti tra i gruppi armati attivi nella parte meridionale e occidentale del Paese. Due importanti punti di dibattito sono poi il ruolo del Servizio di Intelligence Generale del Paese e quello delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il più potente gruppo paramilitare sudanese. In base alla bozza della dichiarazione, i servizi segreti riporteranno direttamente al gabinetto di governo e al consiglio sovrano, organo che governerà il Paese nel periodo di transizione, mentre le RSF ricadranno nella giurisdizione del commando generale delle forze armate. I manifestanti hanno altresì ottenuto l’istituzione di una commissione d’inchiesta nazionale indipendente che indagherà sulla violenta repressione delle proteste in tutto il Paese, dopo la rimozione dell’ex presidente, Omar al-Bashir, l’11 aprile. Nello specifico ci sarà una “inchiesta trasparente e indipendente” sui fatti del 3 giugno nella capitale, Khartoum, che hanno causato la morte di più di 100 individui. 

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento del presidente al-Bashir.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate continuano a mettere in pericolo la vita dei cittadini sudanesi. In tale contesto, gli analisti sostengono che la rivolta che ha rovesciato al-Bashir rischia di perdere gli obiettivi di libertà e democrazia che si prefiggeva di raggiungere.

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Chiara Gentili

di Redazione

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