L’Iraq e la partecipazione di Israele alla missione nel Golfo

Pubblicato il 12 agosto 2019 alle 19:09 in Iraq Israele

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Il ministro degli Esteri iracheno, Mohamed Ali AlHakim, ha affermato che il proprio Paese ha respinto la partecipazione di Israele a qualsiasi forza militare volta a mettere in sicurezza la navigazione delle navi nel Golfo Persico.

Nello specifico, il ministro ha affermato che gli Stati del Golfo, se uniti, sono in grado di garantire essi stessi la sicurezza per il Golfo, ed ha sottolineato che l’Iraq cerca di ridurre la tensione nella regione sedendosi al tavolo dei negoziati, attraverso trattative pacifiche. A tal proposito, Ali AlHakim ha dichiarato che la presenza di Paesi occidentali nella regione potrebbe aumentare ancor di più le tensioni.

Inoltre, un funzionario iracheno ha rivelato che l’Iraq avanzerà una proposta agli altri Paesi del Golfo, circa la formazione di una grande forza avente sempre il medesimo scopo, ma composta solo dai Paesi della Golfo e l’Iran, escludendo l’ingerenza di membri esterni. Come dichiarato da tale funzionario, Baghdad teme che le esportazioni di petrolio iracheno attraverso il Golfo possano subire le conseguenze negative delle tensioni attuali, che si stanno intensificando gradualmente. A tal proposito, è stato evidenziato che circa il 90% delle esportazioni di petrolio iracheno avviene attraverso i porti di Bassora, nel Golfo Persico. Pertanto, il Paese sta profondendo sforzi per frenare qualsiasi rischio derivante da tali crisi, che potrebbero minare la sicurezza economica dell’Iraq. Circa la presenza di Israele, Baghdad la respinge perché ciò significherebbe che le navi irachene passerebbero sotto il suo controllo e ciò non è accettabile.

Risale al 6 agosto scorso la dichiarazione del primo ministro israeliano, Israel Katz, secondo cui il proprio Paese prenderà parte alla missione navale, promossa dagli Stati Uniti, volta a promuovere la sicurezza delle rotte marittime nello Stretto di Hormuz. Per Washington, tale coalizione rappresenterà altresì un modo per affrontare la minaccia iraniana in un’area strategica. Per Katz, è nell’interesse di Israele fermare l’aggressione iraniana nella regione e rafforzare le proprie relazioni con gli Stati del Golfo.

In risposta a tale decisione, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi, ha dichiarato, venerdì 9 agosto che il sostegno israeliano rappresenta una chiara minaccia alla sicurezza, sovranità ed integrità territoriale, nonché un fattore di crisi destabilizzante. “La repubblica islamica dell’Iran si riserva il diritto di affrontare tale minaccia per difendere i propri territori, nel quadro di una politica difensiva” sono state le parole del portavoce, aggiungendo che non si esiterà a tradurre le parole in fatti.

Il 6 agosto scorso, anche il Regno Unito ha annunciato che parteciperà alla missione di sicurezza marittima degli Stati Uniti, con l’obiettivo principale di garantire la libertà di tutte le spedizioni internazionali. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha accolto con favore la decisione britannica e ha descritto la missione una sfida internazionale.

Le tensioni riguardanti l’Iran e Regno Unito sono nate il 4 luglio scorso, quando la petroliera iraniana Grace 1 era stata bloccata dalla polizia locale e dall’agenzia doganale di Gibilterra, sostenute da un distaccamento della Marina britannica. In una dichiarazione, il governo locale aveva dichiarato di avere ragionevoli motivi per credere che la nave stesse trasportando un carico di petrolio greggio verso la raffineria di Banyas, in Siria. L’accusa è quella di aver violato, con il trasferimento di petrolio in Siria, le sanzioni imposte dall’Unione Europea. 

Tali ultimi eventi si inseriscono in un quadro di tensioni crescenti tra l’Iran ed altri Paesi del mondo occidentale, Stati Uniti in primis. Il Regno Unito non ha introdotto alcuna politica contro l’Iran ma Teheran considera la mossa britannica un tentativo di sostegno al presidente della Casa Bianca, Donald Trump. Quest’ultimo, il 2 maggio, ha annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero più concesso esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica, con l’aspettativa che le esportazioni iraniane si sarebbero ridotte a zero nel breve periodo. In risposta, l’Iran ha cominciato a violare le disposizioni dell’accordo nucleare e ha iniziato ad arricchire l’uranio oltre i limiti fissati nel 2015.

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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