Libia: Murzuq, dal bombardamento di Haftar al conflitto sociale

Pubblicato il 9 agosto 2019 alle 18:48 in Africa Libia

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Il bombardamento che ha ucciso oltre 40 persone nella città di Murzuq, il 4 agosto scorso, ha riaperto alcune ferite nella città e soprattutto un conflitto “sociale” tra le cosiddette “comunità locali”, come definite dalle Nazioni Unite.

Domenica 4 agosto, aerei dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), con a capo il generale Khalifa Haftar, hanno colpito una cerimonia di matrimonio nella città libica di Murzuq, situata nella regione di Fezzan, nel Sud-Ovest della Libia. Oltre ad uccidere almeno 42 persone, tutte civili, ne sono state ferite altre 60. In particolare, il quartiere colpito è quello residenziale di Al-Kalaa.

Tale attacco, condannato a livello internazionale, si aggiunge ad un conflitto interno quiescente ma che risorge ogni qualvolta Murzuq viene interessata da episodi spiacevoli. Tale rivalità riguarda due identità etniche specifiche, avente proprie peculiarità, quella araba e quella della tribù Tubu. Quest’ultima è una popolazione del Sahara, comprendente circa 200.000 individui, che vive sparsa su un’area molto vasta e discontinua, ed in particolare nel Nord del Ciad, nel Sud della Libia, nel Nord-Est del Niger e nel Nord-Ovest del Sudan. Da anni, tale etnia rivendica la propria indipendenza ed autodeterminazione dalla popolazione araba.

In riferimento alla Libia, nel marzo 2012, in seguito a sanguinosi scontri tra i Tubu e le tribù arabe del Sud, il leader Tubu ha dichiarato aperto un fronte di battaglia per salvaguardare il proprio popolo da una pulizia etnica. Successivamente, tale etnia ha subito le persecuzioni promosse dal’ex dittatore Muammar Gheddafi.

L’attacco del 4 agosto, considerato un “massacro”, ha costituito un pretesto, per le etnie araba e Tubu, per accusarsi a vicenda, e ciascuna parte ha fornito un resoconto diverso sull’accaduto. In particolare, un membro del consiglio comunale, in condizioni di anonimato per motivi di sicurezza, e affiliato alla componente araba, ha affermato che in città è presente un’alleanza tra i cosiddetti mercenari del Tubu e l’opposizione ciadiana.

Lo scopo di tale alleanza, a detta del consigliere, è assumere il controllo dell’intera città, espellendo la componente araba, come dimostrato dalle diverse operazioni di sfollamento nel corso degli anni, in diversi quartieri. In particolare è la componente “non libica” che desidererebbe acquisire sempre più potere nella città di Murzuq.

Anche il portavoce dell’esercito del governo tripolino, il generale Ahmed Al-Mesmari, ha accusato un leader Tubu, Hasn Moussa, di aver perpetrato un “attacco terroristico” contro la città di Murzuq, utilizzando carri armati, con l’obiettivo di minare i progressi raggiunti contro Haftar su Tripoli.

Dall’altro lato, secondo un consigliere comunale della città di Murzuq, Mahmoud Omar, il conflitto arabo-Tubu è un conflitto antico, acuitosi a partire dal 2011, nonostante gli sforzi profusi da diverse parti per disinnescare le tensioni. Tuttavia, l’ingresso in campo di Haftar ha peggiorato ancor di più la situazione, a detta del consigliere. Quest’ultimo ha dichiarato che il generale dell’LNA ha condotto operazioni volte a minare il “tessuto sociale libico”, uccidendo o bruciando vivi numerosi membri Tubu, che sono quindi una vittima e non un alleato. Anche secondo altri, Haftar, il 4 agosto, avrebbe colpito la tribù Tubu per fermare una rivolta che presto sarebbe potuta diventare incontrollabile e causargli nuovi problemi.

Tuttavia, il consiglio comunale di Murzuq e l’esercito tripolino sono state invitate a condurre indagini sull’attacco del 4 agosto. La Missione delle Nazioni Unite in Libia ha condannato duramente quanto accaduto, definendolo un esempio di violazione dei diritti umani, nonché un crimine contro l’umanità.

L’attentato di Murzuq si inserisce nel quadro della situazione di grave instabilità che caratterizza la Libia sin dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Quest’ultima vede la contrapposizione di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA.

Il 22 luglio, l’esercito di Haftar ha dato inizio alla “fase decisiva e finale” della propria campagna di liberazione della capitale libica, dopo la perdita della città di Gharyan del 27 giugno scorso. In particolare, in un discorso del 24 luglio rivolto alle proprie truppe, il generale Haftar ha dichiarato: “Presto alzeremo lo stendardo della vittoria nel cuore di Tripoli”. L’obiettivo del generale è liberare la capitale da Est verso Ovest.

In tale quadro, l’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salame, ha proposto, il 29 luglio, un nuovo piano che comprende diverse operazioni per ripristinare la pace in Libia e portare le parti in causa in un processo politico. Tra le richieste avanzate, una tregua a partire dal prossimo 10 agosto, giorno dell’Eid al-Adha, ovvero la “festa del sacrificio”, celebrata ogni anno nel mondo islamico ed in cui avviene anche il pellegrinaggio canonico. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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