Kashmir: forze di sicurezza indiane arrestano 300 politici locali

Pubblicato il 8 agosto 2019 alle 10:04 in India Pakistan

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Le autorità indiane hanno arrestato almeno 300 politici locali, in Kashmir, durante la repressione delle proteste contro la fine dell’autonomia della regione dal governo di Nuova Delhi.

Il partito nazionalista indù del primo ministro indiano, Narendra Modi, ha sostenuto a lungo la fine dello status speciale del Kashmir, e spera che la misura radicale possa garantire un maggior controllo sulla regione, in cui si minaccia la rivolta dal 1989. La mossa ha anche sollevato tensioni con il Pakistan, che rivendica il controllo su parte del Kashmir, e che il 7 agosto ha dichiarato che espellerà l’ambasciatore indiano e sospenderà il commercio bilaterale con Nuova Delhi. La sera di mercoledì 8 agosto, il quartiere vecchio di Srinagar è stato circondato dai poliziotti in tenuta antisommossa, dispiegati ogni pochi metri e da alcuni checkpoint e recinzioni di filo spinato.

Nei pressi del Jama Masjid, che è stato a lungo il centro delle proteste a Srinagar, si sono verificati alcuni lanci di pietre e mattoni contro le autorità. Un testimone ha detto che c’era stato anche uno scontro nella zona di Bemina, nel Nord-Ovest di Srinagar, dove alcune strade erano state bloccate da pali e massi. “C’è molta rabbia tra la gente”, ha affermato uno dei funzionari di polizia. Secondo le autorità indiane, finora sono stati arrestati 300 leader politici, molti dei quali hanno supportato le campagne per la secessione del Kashmir dall’India. Due leader locali della Conferenza N azionale, un importante partito regionale, hanno affermato che almeno 100 politici, tra cui ex ministri e parlamentari, sono ora detenuti. Gli uomini hanno preferito rimanere anonimi a causa della sensibilità delle informazioni fornite. Tra gli arrestati figurano 2 ex primi ministri. 

La fine dell’autonomia del Kashmir arriva dopo che, il 2 agosto, le forze di sicurezza indiane avevano rivelato di aver sventato un attentato contro un pellegrinaggio Hindu nella regione del Kashmir. L’attacco, secondo le autorità, era stato pianificato da alcuni militanti supportati dall’esercito del Pakistan.  Secondo quanto rivelato dall’esercito, il governo di Nuova Delhi aveva ricevuto dall’intelligence del Paese diversi report in cui si evidenziava il rischio di una serie di attacchi presso i sentieri utilizzati da centinaia di pellegrini Hindu che ogni anno si dirigono verso il luogo sacro di Amarnath. Le forze armate avevano, quindi, condotto diverse incursioni, a seguito delle quali hanno recuperato alcuni armamenti che riportavano il marchio di fabbricazione del Pakistan. Tra questi mine, munizioni, esplosivi e armi.  

I contrasti tra India e Pakistan in relazione al Kashmir vanno avanti da decenni. Tale regione si trova al confine tra i due Paesi ed è suddivisa in 3 macro aree, tutte oggetto di dispute territoriali. La zona di Jammu e Kashmir, nel centro Sud, è amministrata dall’India; lo Azad Kashmir e il Gilgit-Baltistan, nel Nord, sono sotto la giurisdizione del Pakistan. Infine, la zona Nord-orientale di Aksai Chin è sotto il controllo della Cina. Tale divisione, tuttavia, non è riconosciuta formalmente, così che sia l’India, sia il Pakistan, continuano a rivendicare il controllo sulle rispettive aree. 

In tale clima di rivalità, l’India ha negli anni accusato il Pakistan di appoggiare i militanti separatisti nel Kashmir. Il Pakistan da parte sua nega le accuse, asserendo che l’aiuto fornito è solo un sostegno politico alla popolazione musulmana repressa della regione himalayana che lotta per l’autodeterminazione. Tuttavia, tali rassicurazioni non hanno mai dissipato la convinzione dell’India di un sostegno pakistano ai militanti della regione. Da parte sua, il primo ministro di Islamabad, Imran Khan, ha affermato che il Paese a maggioranza islamica è ormai cambiato ed è “desideroso di stabilità”.  

Le relazioni tra India e Pakistan si sono ulteriormente inasprite il 14 febbraio, quando un attentato suicida nella regione del Kashmir ha provocato la morte di 44 indiani. L’attacco era stato rivendicato da un gruppo militante islamista pakistano, il Jaish-e-Mohammad (JeM). Dall’attentato del 14 febbraio, Il Pakistan ha chiuso il suo spazio aereo e i vettori stranieri che partono dal territorio indiano sono stati costretti a fare costose deviazioni. Le relazioni sono rimaste tese fino al 20 giugno, quando il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha riferito al suo omologo pakistano che l’India desidera relazioni pacifiche con il suo vicino, ma ciò richiede “un ambiente di fiducia, privo di terrore, violenza e ostilità”. Poco dopo, il Pakistan ha riaperto il suo spazio aereo all’India.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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