Il Kashmir e la guerra dell’acqua

Pubblicato il 7 agosto 2019 alle 14:55 in India Pakistan

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Il Kashmir, isolato da 3 giorni e pattugliato dall’esercito indiano, sta vivendo un momento di transizione che lo vede ancora una volta diviso tra l’influenza dell’India e quella del Pakistan. Oltre alle motivazioni ideologiche e politiche, dietro questo conflitto si cela da secoli una guerra silenziosa, quella per l’acqua. 

Il fiume Indo nasce sull’altopiano tibetano, percorre 3.200 km in direzione Sud, costeggiando il confine orientale del Pakistan, e sfocia nel Mar Arabico. Il bacino fluviale scorre in Pakistan, in India e in parte anche in Tibet e Afghanistan. L’Indo ha cinque affluenti principali. Il Jhelum, il più grande di questi, che ha origine nella valle del Kashmir. Il Chenab, il secondo maggiore affluente, che scorre attraverso lo Stato federale di Jammu e Kashmir, prima di entrare nel Punjab. I restanti tre affluenti – il Ravi, il Sutlej e il Beas – nascono o scorrono nello stato indiano di Himachal, prima di addentrarsi anche loro nel Punjab.

L’Indo è un fiume estremamente importante sia per l’India, sia per il Pakistan, dove è l’unica fonte di acqua dolce in un territorio che è per oltre il 92% arido o semi-arido. In India, è uno dei 2 corsi d’acqua principali e sostenta l’area Nord-Ovest del Paese. L’importanza dell’Indo è legata, inoltre, al fatto che più della metà della popolazione pakistana è impiegata nel settore agricolo e che il Punjab indiano produce oltre il 20% del grano del Paese. Il Pakistan e l’India hanno, quindi, ampiamente arginato il fiume per provvedere all’irrigazione e alla produzione di elettricità.

Durante le discussioni relative alla definizione del confine tra India e Pakistan, avvenute nel 1947, Sir Cyril Radcliffe, il presidente del comitato che si occupava delle questioni idriche, non fu in grado di decidere come dividere il fiume Indo, dato che questo risultava già vitale per entrambi gli Stati. Il problema più grande riguardava la gestione delle acque che passano per lo Stato del Punjab, dove era presente un complesso sistema di irrigazione, costruito dagli inglesi per funzionare sotto un’unica amministrazione, indiana o pakistana.

Alla fine, la questione fu delegata agli ingegneri capo del Punjab orientale, in India, e del Punjab occidentale, in Pakistan, che accettarono di condividere la gestione del fiume, fino all’anno successivo. Tale accordo tra India e Pakistan è scaduto il 31 marzo 1948. Il giorno seguente, il Punjab indiano ha cominciato a interferire sul flusso d’acqua che scorreva verso il Pakistan. Il conflitto nel Kashmir si sovrappose alle controversie idriche e, nel gennaio 1948, l’India aveva portato la questione del Kashmir di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC). Il 21 aprile 1948 fu approvata una risoluzione che chiedeva il cessate il fuoco e il ritiro di tutte le truppe.

La disputa del Kashmir e le controversie sulla condivisione delle risorse idriche si intrecciano. Dall’indipendenza ai giorni nostri, queste rimangono le due maggiori sfide nei rapporti tra India e Pakistan. Sempre nel 1948, Eugene Black, allora presidente della Banca Mondiale, offrì i servizi della sua organizzazione per trovare una soluzione alla disputa sulla condivisione dell’acqua. Sebbene l’India non gradisse il coinvolgimento di una terza parte, entrambi i Paesi, alla fine, hanno accettato il supporto della Banca Mondiale. Il fatto che l’India fosse in grado di chiudere i canali durante la stagione della semina, causando danni significativi ai raccolti pakistani, esponeva Islamabad ad un problema che era necessario considerare. Tuttavia, gli scontri militari e politici in Kashmir, nei primi anni di indipendenza, sembravano riguardare più l’ideologia e la sovranità, piuttosto che la condivisione delle risorse idriche.

Il Trattato delle Acque dell’Indo fu firmato da India e Pakistan a Karachi, il 19 settembre 1960. Questo conferì al Pakistan i diritti esclusivi sui 3 fiumi occidentali del sistema fluviale dell’Indo – Jhelum, Chenab e Indus – e all’India fu garantito il controllo dei 3 fiumi orientali – Sutlej, Ravi e Beas. Per un paio di decenni, quindi, la tensione relativa alla questione dell’acqua tra i due Paesi rimase minima. Tuttavia, l’aumento esponenziale della popolazione di entrambi gli Stati ha peggiorato la situazione relativa all’approvvigionamento. L’India ha poi cominciato a preparare ambiziosi progetti per l’irrigazione e, negli anni ’90, l’importanza idrologica del Kashmir è tornata ad essere causa di scontri tra i due vicini.

Da punto di vista del Pakistan, il controllo del fiume rappresenta una questione vitale, poiché il Paese dipende totalmente dall’Indo, non disponendo di altri corsi d’acqua. Tuttavia, l’India dispone di posizioni strategicamente vantaggiose per il controllo del flusso di acqua e Islamabad è ben consapevole della propria posizione vulnerabile. Nel corso degli anni, da parte pakistana il problema dell’acqua è stato direttamente collegato alla disputa per il controllo del Kashmir. Se i leader rinunciassero alle proprie pretese sulla regione, ciò significherebbe rinunciare anche al Jhelum e Chenab e dipendere totalmente dall’India per l’approvvigionamento idrico.  

È interessante notare che un’organizzazione pakistana che si è sempre battuta per difendere i diritti di Islamabad sul Kashmir e contro l’aggressività dell’India nel controllo dei flussi d’acqua è il gruppo noto come Jammat-ud-Dawa (JuD). Si ritiene che il JuD sia la facciata dietro cui si cela il gruppo armato Lashkar-e-Taiba (LeT), che è stato collegato agli attacchi terroristici di Mumbai del 2008. Per lungo tempo sono circolate alcune congetture sulla stretta associazione dell’organizzazione con le agenzie di intelligence pakistane. Tuttavia, ufficialmente, tale relazione è sempre stata negata. Il JuD ha definito pubblicamente “inaccettabile” l’occupazione del Kashmir da parte dell’India e ha invocato la jihad contro il controllo dell’acqua imposto da Nuova Dehli.

L’India, da parte sua, ha sempre sostenuto di non aver mai interferito con l’approvvigionamento idrico del Pakistan. Dal momento che i dati relativi ai flussi idrici non sono condivisi e vige un regime di relativa segretezza intorno al sistema di controllo delle acque, non esiste un modo definitivo per dimostrare che l’India abbia intenzionalmente agito contro gli interessi del Pakistan in tale ambito. Durante i negoziati e gli incontri con le controparti pakistane, l’India non affronta il tema del Kashmir e quello dell’acqua insieme. Nuova Dehli ha costruito, inoltre, una serie di dighe sui fiumi Jhelum e Chenab. Il Trattato del 1060 consente all’India di sfruttare il potenziale idroelettrico di tali fiumi, purché ciò non riduca o ritardi la fornitura al Pakistan. L’India sostiene pertanto che i suoi progetti sono conformi al trattato e non vede alcun conflitto con il Pakistan in tale ambito.

Per quanto riguarda il punto di vista del Kashmir, invece, la regione subisce enormemente il Trattato delle Acque dell’Indo, poiché il potenziale dei propri corsi d’acqua viene sfruttato dai due Paesi, soprattutto quello legato alla produzione elettrica. Nel giugno 2011, un’agenzia di stampa cinese aveva riferito che il governo locale del Kashmir stava cercando consulenze internazionali per calcolare l’esatta perdita della regione a causa di tale intesa. Oggi, la regione si trova nuovamente al centro degli scontri tra Pakistan e India, a seguito della decisione indiana di revocare lo status costituzionale speciale della regione, che gli aveva garantito un certo livello di autonomia fino ad oggi. Sebbene le autorità abbiano motivato tale scelta facendo riferimento a questioni relative alla sicurezza e alla presenza di organizzazioni terroristiche, è innegabile che Nova Dehli stia affrontando un’emergenza relativa all’approvvigionamento idrico.

Inoltre, è interessante sottolineare che le relazioni tra India e Pakistan si sono ulteriormente inasprite dal 14 febbraio 2019, quando un attentato suicida, proprio nella regione del Kashmir, ha provocato la morte di 44 indiani. L’attacco era stato rivendicato da un gruppo militante islamista pakistano, il Jaish-e-Mohammad (JeM). Dall’attentato del 14 febbraio, Il Pakistan ha chiuso il suo spazio aereo e i vettori stranieri che partono dal territorio indiano sono stati costretti a fare costose deviazioni. Le relazioni sono rimaste tese fino al 20 giugno, quando il primo ministro indiano, Narendra Modi, ha riferito al suo omologo pakistano che l’India desidera relazioni pacifiche con il suo vicino, ma ciò richiede “un ambiente di fiducia, privo di terrore, violenza e ostilità”. Oggi, con la condanna pakistana del blocco imposto al Kashmir si verifica una situazione più che mai delicata: i due Paesi dovranno scegliere se collaborare e rinegoziare un’intesa sul territorio o se dare avvio ad una nuova guerra, per il controllo del territorio, ma anche e soprattutto della più preziosa delle sue risorse: l’acqua.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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