Dalla Turchia alla Siria: un ritorno forzato al pericolo

Pubblicato il 7 agosto 2019 alle 10:14 in Siria Turchia

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Secondo quanto dichiarato da Human Rights Watch (HRW), le autorità turche trattengono e successivamente obbligano i siriani a firmare moduli in cui dichiarano di voler ritornare in Siria, così da rispedirli nel proprio Paese “volontariamente”.

Il 24 luglio scorso, il ministro dell’Interno turco, Süleyman Soylu, aveva negato che la Turchia aveva fatto rimpatriare i siriani presenti nel proprio Paese e che, al contrario, coloro che sarebbero ritornati volontariamente, avrebbero goduto di benefici che avrebbero loro consentito di fare ritorno in “aree sicure”.

Dopo circa 10 giorni dalla pubblicazione del primo rapporto sull’aumento dei controlli a campione dei documenti dei siriani residenti a Istanbul ed il rimpatrio forzato di questi ultimi, l’ufficio del governatore provinciale, il 22 luglio, ha dichiarato che i siriani registrati in una delle province turche diverse da Istanbul, devono ritornarvi entro il 20 agosto e che il ministero dell’Interno avrebbe mandato i siriani non registrati in altre province.

Tale dichiarazione è giunta in un periodo di crescita di un sentimento xenofobo all’interno dei gruppi politici, contro i siriani ed altri rifugiati. In tale quadro, il direttore associato di Emergency, Gerry Simpson, ha dichiarato che la Turchia afferma di stare aiutando i siriani a ritornare volontariamente nel proprio Paese ma in realtà li minaccia di rinchiuderli fino a quando non accettano di andar via, obbligandoli a firmare appositi moduli. Pertanto, i siriani vengono abbandonati in una zona di guerra e ciò non è né un’azione volontaria né legale. A detta di Simpson, la Turchia dovrebbe essere elogiata per aver ospitato cifre record di rifugiati siriani ma deportarli illegalmente non rappresenta un buon modo di procedere.

HRW ha rivelato di aver parlato con 4 siriani, dopo essere stati dapprima detenuti in Turchia e poi rimpatriati. Uno di loro, dalla regione del Ghouta, alla periferia di Damasco, è stato arrestato il 17 luglio scorso a Istanbul, dove viveva, senza registrazione, da 3 anni. L’uomo ha riferito di essere stato obbligato dalla polizia, insieme ad altri detenuti siriani, a firmare un modulo. Successivamente, i rifugiati sono stati portati in un centro di detenzione e poi messi su un bus diretto in Siria, dove si trovano attualmente.

Lo stesso destino ha riguardato altri siriani, sia registrati sia non registrati, arrestati nelle terza settimana del mese di luglio scorso, forzati a firmare il loro “rimpatrio volontario” e successivamente riportati, talvolta anche in gruppi da 100, a Idlib e nel governatorato di Aleppo.

La Turchia ospita circa 3.6 milioni di rifugiati siriani in tutto il Paese, metà dei quali a Istanbul, a cui è stata offerta una protezione provvisoria. Si tratta del Paese con il più alto numero di rifugiati al mondo, con cifre pari a 4 volte in più l’intera cifra relativa all’Unione Europea. Tuttavia, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha dichiarato che la maggior parte dei siriani richiedenti asilo continua ad aver bisogno di una protezione internazionale e, pertanto, ha invitato la comunità internazionale a non rispedirli a casa.

La guerra civile in Siria è scoppiata il 15 marzo 2011 ed è tuttora in corso. I 9 anni di guerra hanno causato la morte di più di 370.000 persone e lo sfollamento di milioni di siriani. La Turchia è sostenitrice dei ribelli, dissidenti del regime.

Secondo HRW, il rimpatrio forzato dalla Turchia indica che il governo è pronto a raddoppiare le politiche che negano la salvaguardia di molti richiedenti asilo siriani. Negli ultimi quattro anni, Ankara ha chiuso la propria frontiera con la Siria e le proprie guardie hanno respinto, talvolta anche ferendoli o uccidendoli, numerosi siriani che tentavano di oltrepassare il confine. Tra il 2017 ed il 2018, Istanbul ed altre 9 province turche hanno sospeso la registrazione dei nuovi rifugiati.

Tuttavia, la Turchia è legata al principio di non respingimento, che proibisce il ritorno di chiunque in un luogo dove si rischia la vita, anche a causa di persecuzioni o torture. Ciò include anche i richiedenti asilo e pertanto, a detta di HRW, Ankara non dovrebbe obbligare persone a ritornare in posti dove queste affronterebbero pericoli, e dovrebbe salvaguardare i diritti fondamentali di tutti i siriani, a prescindere dal proprio status di registrazione.

Il 19 luglio scorso, la Commissione Europea ha annunciato lo stanziamento di 1.41 miliardi di euro per fornire ulteriore assistenza a sostegno dei rifugiati e delle comunità locali in Turchia. A tal proposito, HRW ha sottolineato che tale Commissione, i membri dell’UE con ambasciate in Turchia e l’UNHCR dovrebbero sostenere il governo di Ankara nella registrazione e protezione dei siriani, chiedendo altresì di porre fine alle deportazioni. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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