Turchia: offensiva anti-curdi nella Siria del nord

Pubblicato il 5 agosto 2019 alle 6:00 in Siria Turchia

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Il presidente turco, Tayyip Erdogan, ha annunciato che Ankara avvierà un’operazione militare in un’area controllata dai curdi a est del fiume Eufrate, nella Siria settentrionale.

Domenica 4 agosto, durante una cerimonia di inaugurazione di una nuova strada, Erdogan ha colto l’occasione per divulgare la notizia della nuova campagna militare, la terza atta a sgomberare le milizie curde dalle zone limitrofe ai confini turchi. Il leader di Ankara ha reso noto che sia Mosca sia Washington sono state messe al corrente delle operazioni militari programmate, ma non ha comunicato la data effettiva di inizio. Si tratterà della terza operazione avviata dalla Turchia all’interno dei confini siriani negli ultimi 3 anni. “Siamo entrati ad Afrin, a Jarablus, e Al-Bab. Adesso entreremo a est dell’Eufrate”, ha annunciato Erdogan. Un funzionario statunitense, interrogato sull’argomento, ha precisato che continueranno le discussioni bilaterali con la Turchia circa la possibilità di creare una zona sicura in cui siano presenti forze USA e forze di Ankara, le quali possano agire per fugare le preoccupazioni turche in merito alla sicurezza dei suoi confini con la Siria del nord.

Nella notte tra sabato e domenica, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Anadolu, 3 ribelli siriani, sostenuti dalla Turchia, sono stati uccisi durante scontri con le People’s Protection Units (YPG), le quali avrebbero tentato di infiltrarsi tra le fila dei combattenti siriani nell’area di al-Bab, dove Ankara si era ritagliata il controllo di alcune porzioni di territorio grazie all’offensiva Scudo d’Eufrate del 2016.

Giovedì 1 agosto, l’amministrazione della Siria settentrionale e orientale, guidata da autorità turche, ha pubblicato un annuncio che criticava le motivazioni con cui la Turchia minacciava l’intervento militare. “Queste minacce rappresentano un pericolo per la zona e per una soluzione pacifica in Siria, e qualsiasi aggressione turca nell’area spianerà la strada al ritorno dello Stato Islamico, e l’aggressione contribuirà all’ampliamento del circolo dell’occupazione turca in Siria”. In precedenza, le autorità si erano già appellate alla comunità internazionale nel tentativo di fermare la Turchia dalle minacce di un intervento armato nel Paese.

Già in passato la Turchia aveva suggerito l’ipotesi di un intervento a est dell’Eufrate, ma aveva sempre posticipato tale progetto in quanto aveva posto in essere un accordo con Washington per creare una zona “cuscinetto” sicura, entro i confini siriani, che fosse sgombrata dai militanti curdi delle YGP. In tal proposito, gli Stati Uniti e la Turchia si erano preparati ad accelerare gli sforzi per la creazione di una “safe zone” nei pressi della città siriana di Manbij, nel Nord del Paese. È quanto emerge dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, del 24 luglio. La proposta di istituire una zona di sicurezza nell’area era stata avanzata per la prima volta dal presidente americano, Donald Trump, durante un colloquio telefonico con il suo omologo turco, il 14 gennaio scorso. Tuttavia, i progressi fatti in questi mesi sono stati scarsi e la firma, prevista da tempo, di un vero e proprio accordo tra le parti è ancora in stallo.

La Turchia ha pertanto accusato gli Stati Uniti di aver lasciato stagnare tale progetto, e ha chiesto loro di recidere i legami con le People’s Protection Units, che, nonostante siano state un alleato-chiave della Casa Bianca nelle battaglie contro l’ISIS, sono proscritte da Ankara, che le considera una diretta estensione del gruppo illegale PKK.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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