Sudan: arrestati 9 soldati per le violenze contro i manifestanti

Pubblicato il 2 agosto 2019 alle 10:15 in Africa Sudan

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Il portavoce del Consiglio Militare sudanese ha dichiarato, venerdì 2 agosto, che 9 soldati delle Forze di Supporto Rapido (RSF) sono stati licenziati e arrestati in relazione alle recenti violenze nelle città di Omdurman e El-Obeid.

Il tenente generale Shams El Din Kabbashi ha aggiunto che il governatore locale e il suo consiglio di sicurezza saranno ritenuti responsabili dell’uccisione dei manifestanti. Le proteste ad El-Obeid erano iniziate in maniera pacifica durante la mattinata di lunedì 29 luglio e avevano coinvolto diversi studenti. Più tardi, però, con l’intervento delle forze di sicurezza sudanesi, la situazione è precipitata e gli scontri con i manifestanti hanno portato alla morte di 5 ragazzi delle scuole superiori.

Per denunciare gli avvenimenti e il “massacro di El-Obeid”, migliaia di manifestanti, tra cui molti studenti, hanno marciato martedì 30 luglio per le strade della capitale, Khartoum. I leader delle proteste hanno subito accusato delle uccisioni le RSF, comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo.  Alcune immagini pubblicate sui social media mostrano che anche queste nuove proteste sono state represse con la violenza da parte degli agenti di sicurezza sudanesi, i quali avrebbero usato gas lacrimogeni e proiettili sparati in aria per disperdere la folla.

A seguito di tali eventi, l’UNICEF aveva invitato le autorità sudanesi “a indagare e ritenere responsabili tutti gli autori di violenza contro i minori”. “Nessun bambino dovrebbe essere seppellito nella sua uniforme scolastica”, ha dichiarato il fondo delle Nazioni Unite, aggiungendo che gli studenti uccisi avevano un’età compresa tra 15 e 17 anni. 

Le violenze hanno momentaneamente arrestato i progressi politici in Sudan. L’Alleanza per la Libertà e Cambiamento, l’associazione ombrello sotto cui si riuniscono i diversi movimenti di protesta, stava negoziando con il Consiglio Militare al potere la firma di un accordo che permetta un governo di transizione di 3 anni prima delle nuove elezioni. Le due parti hanno già siglato una prima intesa il 17 luglio. Un mediatore dell’Unione Africana per il Sudan, Mohamed Hassan Lebatt, ha dichiarato che dopo gli arresti, i colloqui proseguiranno la sera di venerdì 2 agosto.

In base a quanto stabilito dal patto concordato fino ad oggi, il Consiglio Sovrano misto, nuovo organo esecutivo del Paese, sarà formato da 11 membri, 5 militari e 6 civili, e governerà per 3 anni e 3 mesi, prima dell’annuncio di future elezioni. Il capo dell’esecutivo sarà un membro dell’esercito per i primi 21 mesi, poi è prevista una rotazione. I manifestanti hanno altresì ottenuto l’istituzione di una commissione d’inchiesta nazionale indipendente che indagherà sulla violenta repressione delle proteste in tutto il Paese, dopo la rimozione dell’ex presidente, Omar al-Bashir, l’11 aprile. Nello specifico ci sarà una “inchiesta trasparente e indipendente” sui fatti del 3 giugno nella capitale, Khartoum, che hanno causato la morte di più di 100 individui. 

Le manifestazioni in Sudan sono iniziate il 19 dicembre 2018 e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento del presidente al-Bashir.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile.

Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si erano sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Tuttavia, durante le proteste, le forze armate continuano a mettere in pericolo la vita dei cittadini sudanesi. In tale contesto, gli analisti sostengono che la rivolta che ha rovesciato al-Bashir rischia di perdere gli obiettivi di libertà e democrazia che si prefiggeva di raggiungere.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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