Palestina: 700 unità abitative in cambio di 6.000 insediamenti

Pubblicato il 31 luglio 2019 alle 11:40 in Israele Palestina

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Il Consiglio politico e di sicurezza del governo israeliano ha approvato, il 30 luglio, il piano del primo ministro, Benjamin Netanyahu, di costruire 715 unità abitative per i palestinesi residenti nell’area C della Cisgiordania occupata. In cambio, si richiede la costruzione di 6.000 insediamenti israeliani sempre in Cisgiordania.

Il piano è stato proposto mesi fa ma soltanto il 30 luglio è stato votato e ratificato. Alcuni ritengono che la decisione delle 6.000 unità per i coloni israeliani sia ancora precedente.  La notizia è stata rivelata il 31 luglio da un ufficiale israeliano, in condizioni di anonimato. Secondo alcuni, la decisione sarebbe legata alla visita inaspettata del genero del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e suo consigliere, Jared Kushner. Quest’ultimo cerca delle strade per mettere in atto il cosiddetto “accordo del secolo”, ovvero un piano proposto dall’attuale amministrazione statunitense che mira a porre fine alla questione palestinese. Tra gli obiettivi non dichiarati, vi è quello di consentire a Tel Aviv, e a qualsiasi altro governo formato dal primo ministro israeliano, di annettere gli insediamenti della Cisgiordania, consentendo a Trump di giustificare e riconoscere tale annessione.

In tale quadro, il 22 luglio scorso, le forze israeliane hanno demolito alcuni edifici situati nel quartiere di Wadi al-Homs, nella municipalità di Sur Baher, situata nel Sud di Gerusalemme. L’operazione è stata condotta per mezzo di esplosivi posti all’interno delle abitazioni palestinesi. Le autorità israeliane hanno giustificato l’operazione affermando che si trattava di edifici situati nella zona di sicurezza vicino al muro israeliano, che divide Gerusalemme dalla Cisgiordania occupata. Dall’altro lato, i palestinesi hanno accusato Israele di usare la sicurezza come un pretesto per costringerli a lasciare l’area. Tale operazione, a detta dei palestinesi, farebbe parte dei continui tentativi da parte israeliana di espandere i propri insediamenti ed aprire strade e canali di comunicazione tra le diverse aree occupate. Tuttavia, è stata condannata sia dai leader palestinesi, sia dall’Unione Europea e dai funzionari delle Nazioni Unite. In particolare, il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha definito tale mossa una forma di pulizia etnica ed un crimine contro l’umanità intollerabile.

Inoltre, lo scorso 25 luglio, Mahmoud Abbas, ha dichiarato di voler sospendere gli accordi con Israele, alla luce delle crescenti tensioni tra le due parti. A tal proposito, in una dichiarazione rilasciata venerdì 26 luglio, Hamas ha affermato che la decisione scaturisce dalle condizioni difficili che caratterizzano al momento la causa palestinese. Interrompere gli accordi con Israele significherebbe correggere gli errori commessi sino ad ora, che hanno ostacolato il percorso politico della Palestina.

I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. Superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l’amministrazione Trump si è rifiutata di approvare una soluzione che preveda due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno altresì tagliato aiuti ai palestinesi equivalenti a centinaia di milioni di dollari e hanno ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington.

L’accordo del secolo è stato annunciato con la conferenza di Manama, in Bahrein, il 25 e 26 giugno scorso, e mira a raccogliere fondi pari a più di 50 miliardi di dollari da destinare all’Autorità Palestinese, oltre a creare un milione di posti di lavoro per i cittadini entro un lasso di tempo di 10 anni, con il fine ultimo di trasformare la Palestina ed il Medio Oriente da vittima di conflitti in un modello per il commercio in tutto il mondo. La leadership palestinese aveva più volte sottolineato il proprio disprezzo per il piano USA, sottolineando come qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e basata sulla fine dell’occupazione e che la crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro lo stesso popolo. “Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro” erano state le parole del premier palestinese.

 

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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