Torri Gemelle, parla la mente: “Pronto a confessare se risparmiato dalla pena di morte”

Pubblicato il 30 luglio 2019 alle 9:54 in Arabia Saudita USA e Canada

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L’ideatore dell’attentato contro le torri gemelle dell’11 settembre 2001, Khalid Sheikh Mohammed, ha rivelato di essere disposto a testimoniare nei processi per le compensazioni alle vittime dell’attacco, se gli Stati Uniti decideranno di non condannarlo alla pena di morte.

I processi a cui Mohammed fa riferimento sono le cause per risarcimento danni che migliaia di cittadini americani hanno chiesto all’Arabia Saudita. Da parte sua, il governo saudita, difeso dall’avvocato Michael Kellogg, ha negato ogni suo coinvolgimento negli attacchi dell’11 settembre, senza commentare le dichiarazioni di Mohammed.

La disponibilità a confessare di Mohammed è stata resa nota da una lettera che alcuni avvocati difensori delle vittime hanno indirizzato alla corte distrettuale di Manhattan. Nella lettera, gli avvocati fanno riferimento ai contatti avviati con Mohammed e altri 4 testimoni, di cui 2 detenuti nel carcere di Guantanamo Bay, a Cuba, e 2 nella prigione di massima sicurezza di Florence, in Colorado.

Da parte sua, un ex membro della CIA, Glenn Carle, ha dichiarato di non essere certo dell’utilità delle confessioni di Mohammed. La mente dell’attentato “conosce un po’ della struttura di al-Qaeda, le singole decisioni che sono state prese, e sa come sono andate le cose. Molto di tutto questo è stato frutto delle sue decisioni. Lui ha delle informazioni preziose. Il grande dubbio è se tutto ciò può essere utile ed utilizzabile in un tribunale degli Stati Uniti”.

I dubbi di Carle dipendono anche dal fatto che “molte delle informazioni raccolte, secondo quanto sostiene la difesa, sono state contaminate e forzate dall’utilizzo di metodi illeciti e illegali, come l’interrogatorio forzato, espressione per indicare la tortura”.

La causa in questione sui risarcimenti danni da fornire alle vittime, inoltre, è un “processo dal valore di centinaia di miliardi di dollari”, ha spiegato l’ex viceprocuratore capo degli Stati Uniti, Bruce Fein. In particolare, il processo vede coinvolte “3.000 querelanti, con relativi risarcimenti e interessi punitivi, nonché un giudizio molto pesante per l’Arabia Saudita che potrebbe addirittura andare virtualmente in bancarotta, dato che tutti i beni negli Stati Uniti e altrove nel mondo potrebbero venire sequestrati”.

Resta inoltre da verificare se Trump, forte alleato dell’Arabia Saudita, sia disposto a riconoscere a Mohammed uno sconto di pena per le sue testimonianze, rende noto Al Jazeera. Tuttavia, ha sottolineato Fein, in vista della competizione elettorale, “i cittadini americani non saranno tanto a favore di Trump se dovesse prendere le parti dell’Arabia Saudita e non delle vittime dell’11 settembre”.

Da parte sua, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti non ha ancora commentato la vicenda.

L’11 settembre 2001, circa 3.000 persone sono morte a causa dell’attentato che ha visto alcuni aerei colpire le Torri Gemelle (il World Trade Center) di New York, il Pentagono e un campo in Pennsylvania. Khalid Sheikh Mohammed, ritenuto la mente dell’attentato, è stato arrestato in Pakistan nel 2003. È detenuto nel carcere di Guantanamo Bay dal 2006.

Fino al mese di settembre 2016, l’Arabia Saudita godeva di immunità dal partecipare alle cause avviate dai querelanti negli Stati Uniti. Tale status è cambiato con l’approvazione dell’Atto sulla giustizia contro i sostenitori del terrorismo, il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA), secondo cui i cittadini possono aizzare la corte contro uno Stato con le accuse di aver subito danni, morti o danni derivanti dal terrorismo internazionale. Nel mese di marzo 2018, il giudice distrettuale di Manhattan, George Daniels, ha rivelato che le accuse dei querelanti dell’11 settembre potessero essere un “motivo ragionevole” per chiamare in causa l’Arabia Saudita attraverso il JASTA.

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 Jasmine Ceremigna 

di Redazione

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