Gaza: truppe israeliane uccidono manifestante palestinese

Pubblicato il 27 luglio 2019 alle 12:09 in Israele Palestina

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I soldati israeliani hanno sparato a un manifestante palestinese al confine tra Gaza e Israele, uccidendolo, nelle proteste di venerdì 26 luglio.

A renderlo noto sono state fonti mediche di Gaza, le quali hanno riferito che l’uccisione è avvenuta nel pomeriggio di venerdì, lungo la frontiera tra i due Paesi, dove migliaia di palestinesi si erano nuovamente riuniti in protesta. Secondo le ricostruzioni dell’esercito israeliano, alcuni manifestanti, in mezzo alla folla, hanno attivato ordigni esplosivi e granate dirigendoli contro la recinsione di confine che separa Gaza da Israele, nella parte meridionale della Striscia di Gaza. A fronte di ciò, un veicolo militare israeliano sarebbe stato danneggiato, ma nessun soldato ferito. Una portavoce delle forze di Israele ha spiegato che le truppe hanno risposto all’episodio violento sia con mezzi antisommossa per disperdere la folla sia aprendo il fuoco, in conformità con gli standard procedurali vigenti. Il Ministero della Salute di Gaza ha reso noto che, a seguito della reazione dei soldati israeliani, un palestinese è rimasto ucciso e altri 40 feriti nel corso della giornata. La vittima è stata identificata nel 23enne Ahmed al-Qarra.

Si tratta di una nuova uccisione dopo alcune settimane di proteste relativamente più miti, dovute anche agli sforzi di Egitto, Qatar e Nazioni Unite, che stanno lavorando di concerto per tenere la situazione sotto controllo. Gli ufficiali di Gaza hanno affermato che circa 210 palestinesi sono stati uccisi dall’inizio delle manifestazioni a oggi. Nello stesso arco di tempo, tra le fila israeliane, sono morti due soldati.

La Marcia del Ritorno si riferisce ad una serie di proteste iniziate a Gaza il 30 marzo 2018. Il progetto degli organizzatori della marcia prevedeva l’avvicinamento graduale alla barriera di sicurezza israeliana in una serie di manifestazioni che dovevano protrarsi fino al 15 maggio 2018, giorno in cui si celebra lo Yawm Al-Nakba, il Giorno della Catastrofe, in cui il popolo palestinese commemora l’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi dal territorio di Israele, avvenuto nel 1948. Tali proteste sono culminate il 14 maggio 2018, giorno del contestato trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, con la morte di più di 60 persone e il ferimento di 2.700 palestinesi che stavano manifestando al confine tra Gaza e Israele. In totale, secondo i dati forniti dal Ministero della Salute palestinese, ammontano a circa 200 i palestinesi uccisi a Gaza per mano delle unità israeliane dall’inizio delle proteste, a fronte di un soldato israeliano ucciso da un cecchino palestinese.

Israele aveva ritirato truppe e coloni dall’enclave nel 2005, ma continua a mantenere uno stretto controllo delle sue frontiere terrestri e marittime, citando preoccupazioni per la sicurezza. Anche l’Egitto, sulla stessa linea, limita i movimenti dentro e fuori Gaza dai suoi confini. Sulla Striscia di Gaza è in vigore da circa 11 anni un embargo che ha portato i due terzi della popolazione a vivere in base agli aiuti che riescono a entrare nell’area, dove ci sono solo 4 ore di elettricità al giorno. Le Nazioni Unite hanno avvertito che il blocco israeliano è responsabile per aver provocato una situazione umanitaria “catastrofica”. Israele, da parte sua, giustifica il blocco imposto su Gaza, sostenendo che esso è necessario per isolare Hamas, contro il quale ha combattuto tre guerre dal 2008. Oggi, oltre 2 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, in un’area di 365 km². L’ONU afferma che oltre il 90% dell’acqua non è potabile e che i residenti dell’enclave sopravvivono con meno di 12 ore di elettricità al giorno. Alcuni analisti, citati da The New Arab, evidenziano che tali condizioni di vita disperate e la mancanza di libertà di movimento sono le forze trainanti dietro le proteste degli ultimi anni.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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