Palestina: fine degli accordi con Israele

Pubblicato il 26 luglio 2019 alle 10:40 in Israele Palestina

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Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha dichiarato, il 25 luglio, di voler sospendere gli accordi con Israele, alla luce delle crescenti tensioni tra le due parti.

La notizia è stata annunciata dal presidente stesso, in una dichiarazione ai margini di un incontro straordinario dei leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (PLO), tenutosi a Ramallah. Abbas ha altresì affermato che verrà costituita una commissione, composta da membri del Comitato esecutivo e da altre parti interessate, volta a determinare il meccanismo di attuazione della risoluzione del Consiglio centrale palestinese. Questa verrà, tuttavia, implementata in diverse fasi, di cui non sono state rivelate date e scadenze precise. Il presidente palestinese ha dichiarato altresì che non è disposto a piegarsi ad alcuna imposizione e che presenterà il fatto compiuto. Inoltre, Abbas ha accusato Israele di perpetrare una politica di pulizia etnica contro i palestinesi.

A riferire tale mossa, anche il consigliere di Abbas, Omar al-Ghoul, il quale ha confermato che la decisione del presidente riguarda altresì il coordinamento per la sicurezza. Dal canto suo, il Movimento di Resistenza Islamica, Hamas, ha accolto con favore tale risoluzione.

Il membro del Consiglio dell’organizzazione Fatah, Osama al-Qawasmi, ha aggiunto che non vi sarà alcun passo indietro su tale decisione e tutti gli accordi precedentemente firmati con Israele verranno fermati. Fatah è un’organizzazione politica e paramilitare palestinese, facente parte dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Il nome deriva da FTḤ, acronimo inverso dell’espressione araba Ḥarakat al-Taḥrir al-Filasṭini, ovvero Movimento di Liberazione Palestinese, parole simili a quelle che compongono l’acronimo PLO.

In una dichiarazione rilasciata venerdì 26 luglio, Hamas ha affermato che la decisione scaturisce dalle condizioni difficili che caratterizzano al momento la causa palestinese. Interrompere gli accordi con Israele significherebbe correggere gli errori commessi sino ad ora, che hanno ostacolato il percorso politico della Palestina. Hamas ha poi affermato che il popolo palestinese desidera misure e azioni pragmatiche, attraverso cui passare dalle parole ai fatti. In particolare, si richiede la formazione immediata di un governo di unità nazionale, l’interruzione del coordinamento in materia di sicurezza e la liberazione di tutti i prigionieri politici.

Hamas ha inoltre invitato il proprio movimento a prendere in esame le possibili modalità di coordinamento di un’azione comune, mirata altresì ad adottare una strategia di resistenza contro il cosiddetto “accordo del secolo”, promosso da parte statunitense, e a proteggere i palestinesi da ogni crimine e sofferenza.

Già alla fine di ottobre 2018, il Consiglio centrale palestinese aveva deciso di porre fine agli obblighi dell’OLP e dell’Autorità palestinese previsti dagli accordi con Israele.

Questa volta, la decisione di Abbas giunge dopo che, dal 22 luglio scorso, le forze israeliane hanno iniziato a demolire alcuni edifici situati nel quartiere di Wadi al-Homs, nella municipalità di Sur Baher, situata nel Sud di Gerusalemme. L’operazione è stata condotta per mezzo di esplosivi posti all’interno delle abitazioni palestinesi. A detta di Israele, la demolizione era necessaria perché vi erano abitazioni costruite troppo vicino alla barriera di separazione che divide la Cisgiordania. Tuttavia, l’operazione è stata condannata sia dai leader palestinesi, sia dall’Unione Europea e dai funzionari delle Nazioni Unite. Abbas ha definito tale mossa una forma di pulizia etnica ed un crimine contro l’umanità intollerabile.

A ciò si aggiunge un’altra mossa da parte israeliana. Lo scorso febbraio, Israele ha deciso di detrarre circa 10 milioni di dollari al mese dalle entrate fiscali raccolte per conto dei palestinesi, corrispondente all’importo che l’Autorità palestinese paga alle famiglie dei prigionieri o direttamente ai detenuti nelle carceri israeliane. Israele considera tali pagamenti attacchi incoraggianti, mentre per i palestinesi si tratta di una forma di supporto alle famiglie che hanno perso il proprio capofamiglia. In risposta ad Israele, i palestinesi hanno rifiutato di incassare i 180 milioni di dollari rimanenti mensili, fino a quando l’intero importo non sarà trasferito, lasciando, però, l’Autorità Palestinese in crisi finanziaria.

I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. Superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l’amministrazione statunitense attuale si è rifiutata di approvare una soluzione che preveda due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno altresì tagliato aiuti ai palestinesi equivalenti a centinaia di milioni di dollari e hanno ordinato la chiusura dell’ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington.

L’accordo del secolo è stato annunciato con la conferenza di Manama, in Bahrein, il 25 e 26 giugno scorso, e mira a raccogliere fondi pari a più di 50 miliardi di dollari da destinare all’Autorità Palestinese, oltre a creare un milione di posti di lavoro per i cittadini entro un lasso di tempo di 10 anni, con il fine ultimo di trasformare la Palestina ed il Medio Oriente da vittima di conflitti in un modello per il commercio in tutto il mondo. La leadership palestinese aveva più volte sottolineato il proprio disprezzo per il piano USA, sottolineando come qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e basata sulla fine dell’occupazione e che la crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro lo stesso popolo. “Non soccomberemo al ricatto e all’estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro” erano state le parole del premier palestinese.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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