Libia: migliaia di combattenti sudanesi al fianco di Haftar

Pubblicato il 26 luglio 2019 alle 17:29 in Libia Sudan

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Circa 1.000 combattenti sudanesi della forza paramilitare di Khartoum, le Forze di Supporto Rapido (RSF), sono arrivati nell’area centrale della Libia, giovedì 25 luglio, per supportare il generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar.

I 1.000 combattenti giunti in Libia sono soltanto la prima ondata di paramilitari che le RSF invieranno ad Haftar, su un totale stimato di 4.000 militari. È quanto reso noto, venerdì 26 luglio, dal sito di notizie The New Arab, che ha rivelato che i paramilitari sono stati incaricati di proteggere le infrastrutture petrolifere della Libia, per consentire ad Haftar di concentrarsi sull’offensiva a Tripoli, in constante escalation da circa una settimana e culminata con la dichiarazione di Haftar del 24 luglio, secondo cui  presto sarà possibile per LNA celebrare la vittoria sulla capitale della Libia.

Lo scorso 20 luglio, il Consiglio del governo di Tripoli aveva già allertato che a breve vi sarebbe stata una nuova escalation militare contro Tripoli. Poco dopo, l’LNA aveva dichiarato che le proprie forze stavano proseguendo verso tutti gli assi di combattimento della capitale, nonostante i tentativi degli aerei turchi, a sostegno delle forze del governo di Tripoli, di ostacolare tale avanzata.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Gli scontri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno causato la morte di 653 persone, tra cui 41 civili e 3547 feriti, tra cui 126 civili, oltre a circa 94.000 sfollati. 

Le Forze di Supporto Rapido (RSF) sono forze paramilitari nate in Sudan quale derivato della temuta milizia Janjaweed. Secondo le stime, le RSF contano circa 30.000 uomini sotto il comando di Mohamed Hamdan Dagalo, noto con il nom de guerre di Hemedti. Le RSF combattono in Yemen dal 2015 al fianco dei sauditi e degli emiratini, entrambi sostenitori di Haftar, in cambio di denaro e armi.

Stando a quanto ricostruito dalla testata The New Arab, le unità paramilitari di Khartoum, le Forze di Supporto Rapido (RSF), sono state mobilitate da al-Bashir durante il conflitto in Darfur iniziato nel 2003. Le RSF erano state ritenute colpevoli di crimini contro l’umanità e, per tale ragione, l’ex presidente al-Bashir venne arrestato in seguito alle proteste dell’11 aprile del 2019. L’ex presidente risulta attualmente indagato dalla Corte Penale Internazionale per aver pianificato il genocidio nella regione del Darfur. Parallelamente, le Forze di Supporto Rapido sono considerate tra i responsabili della violenza dello scorso 3 giugno a Khartoum, quando i militari hanno utilizzato del gas lacrimogeno, per poi impiegare granate stordenti per disorientare gli attivisti. A quel punto, i militari hanno iniziato a sparare contro la folla, provocando un numero elevato di morti e feriti.

 

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Jasmine Ceremigna

di Redazione

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