Arabia Saudita: strategie per affrontare le tensioni del Golfo

Pubblicato il 26 luglio 2019 alle 12:30 in Arabia Saudita Medio Oriente

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Il ministro dell’energia saudita, Khalid Al-Falih, ha dichiarato, il 25 luglio, che il Paese mira ad incrementare la capacità produttiva del proprio oleodotto, Petroline, del 40% in due anni.

L’Arabia Saudita esporta petrolio attraverso un oleodotto di 1200 km che si estende dall’Est del Paese, l’area di maggiore produzione, alla città portuale occidentale di Yanbu, che si affaccia sul Mar Rosso. Pertanto, laddove sarà necessario, Riad mira ad incrementare le esportazioni attraverso tale oleodotto, fino a 7 milioni di barili al giorno.

In questo modo, si eviterà che le esportazioni di petrolio del Paese passino attraverso lo stretto di Hormuz. Quest’ultimo rappresenta un canale strategico, situato tra l’Oman e l’Iran, attraverso cui viene trasportato un quinto di tutte le esportazioni di greggio globale, e che ultimamente è stato testimone di tensioni riguardanti in particolare Stati Uniti e Iran.

In tale quadro, con una mossa che potrebbe aumentare ulteriormente le tensioni militari nel Golfo, l’Arabia Saudita ha altresì invitato alcuni dei propri clienti asiatici a proteggere le petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz. A tal proposito, il ministro saudita al-Falih, durante una visita in India, ha dichiarato che Riad, il più grande esportatore di petrolio del mondo, sta invitando gli acquirenti di petrolio a livello globale a mettere in sicurezza le proprie spedizioni di energia che attraversano lo stretto di Hormuz e che il proprio Paese non può agire da solo.

Inoltre, durante il meeting con la propria controparte indiana, Dharmendra Pradhan, al-Falih ha dichiarato che anche l’India deve svolgere la propria parte in tale senso, mettendo in sicurezza la navigazione marittima, in particolare nei canali dove viene trasportata energia verso il resto del mondo. A tal proposito, l’India ha dispiegato due navi da guerra nello Stretto di Hormuz.

Le preoccupazioni sulle interruzioni delle forniture nello Stretto di Hormuz, sono aumentate dopo che lo scorso 19 luglio un corpo speciale dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha posto sotto sequestro 2 petroliere battenti bandiera inglese. Tra queste, vi è la Stena Impero, fermata dalle autorità iraniane “per non aver rispettato le regole marittime internazionali”. 

Lo scenario comprende poi l’accaduto del 4 luglio scorso, quando la petroliera iraniana Grace 1 è stata bloccata dalla polizia locale e dall’agenzia doganale di Gibilterra, sostenute da un distaccamento della Marina britannica. In una dichiarazione, il governo locale aveva dichiarato di avere ragionevoli motivi per credere che la nave stesse trasportando un carico di petrolio greggio verso la raffineria di Banyas, in Siria. L’accusa è di aver violato, con il trasferimento di petrolio in Siria, le sanzioni imposte dall’Unione Europea.

Tali ultimi eventi si inseriscono in un quadro di tensioni crescenti tra l’Iran ed altri Paesi del mondo occidentale, Stati Uniti in primis. Il Regno Unito non ha introdotto alcuna politica contro l’Iran ma Teheran considera la mossa britannica un tentativo di sostegno al presidente della Casa Bianca, Donald Trump. Quest’ultimo, il 2 maggio, ha annunciato che gli Stati Uniti non avrebbero più concesso esenzioni dalle sanzioni agli ultimi 8 compratori di petrolio rimasti alla Repubblica Islamica, con l’aspettativa che le esportazioni iraniane si sarebbero ridotte a zero nel breve periodo. In risposta, l’Iran ha cominciato a violare le disposizioni dell’accordo nucleare e ha iniziato ad arricchire l’uranio oltre i limiti fissati nel 2015.

In tale quadro, Cina, India e Corea del Sud stanno aumentando le proprie importazioni di petrolio dall’Arabia Saudita e da altri Paesi arabi, tra cui l’Iraq, per compensare il freno all’acquisto di barili di petrolio iraniano, stabilito ad un milione al giorno, per paura delle sanzioni statunitensi.

In seguito alle vicende del Golfo di Hormuz, tali Paesi si sono detti preoccupati per la continuità delle proprie forniture di petrolio e hanno iniziato a prendere in considerazione anche altre alternative, tra cui l’importazione di olio scisso dagli USA e l’aumento di esportazioni dalla Russia, dal Sud America e dall’Africa.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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