Qatar: nuovi dettagli sul sostegno del Paese al terrorismo

Pubblicato il 24 luglio 2019 alle 16:31 in Medio Oriente Qatar

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La rivelazione del magnate ed imprenditore qatariota, Khalifa Kayed al-Muhanadi, ritenuto vicino all’Emiro, Tamim bin Hamad al-Thani, all’ambasciatore del Qatar in Somalia, Hassan bin Hamza Hashem, ha mostrato ulteriori dettagli circa il sostegno di Doha ad organizzazioni terroristiche.

La notizia è stata riportata inizialmente il 22 luglio dal New York Times e si basa su una registrazione audio tra l’imprenditore e l’ambasciatore, ottenuta in esclusiva dal quotidiano americano. Secondo quanto rivelato, i militanti che hanno realizzato l’attentato a Bosaso, nel Nord della Somalia, sono stati assoldati da Doha in risposta alla crescente attività del suo rivale principale a Mogadiscio, gli Emirati Arabi Uniti.

In questa ulteriore notizia di Al-Arabiya, è stato sottolineato che il Qatar ha utilizzato armi diplomatiche ed economiche per preservare e rafforzare i propri interessi nel Corno d’Africa ed opporsi a chi ne ostacola lo sviluppo. Tuttavia, secondo quanto rivelato da al-Muhanadi, non è la prima volta che Doha utilizza le proprie ambasciate ed i propri diplomatici a sostegno del terrorismo e per indirizzare tale minaccia a proprio favore.

A tal proposito, Tunisia e Libia hanno assistito ad eventi simili a quello riguardante la Somalia. In un caso, Doha ha pagato un ufficiale dell’intelligence dopo lo scoppio delle cosiddette primavere arabe a partire dal 2011, per fungere da spia, a favore della destabilizzazione dei suddetti Paesi dell’Africa settentrionale. Alcuni anni fa, Tunisi ha accusato un ufficiale delle forze armate qatariote, Salim Ali Al-Jarboui, in servizio nel Nord Africa dal 2011 al 2014, di aver finanziato organizzazioni terroristiche e di aver partecipato ad operazioni di riciclaggio di denaro, volte a finanziare organizzazioni terroristiche attive in Libia e Tunisia.

La storia di Al-Jarboui ha avuto inizio nel 2011, quando l’ufficiale è entrato in Tunisia dalla Libia, in seguito allo scoppio della guerra per rovesciare il regime dell’ex dittatore libico, Muammar Gheddafi. Il suo compito era prendere parte alle operazioni di monitoraggio della crisi dei rifugiati libici in Tunisia e del finanziamento dei campi profughi, sotto la supervisione del Ministero di Difesa del Qatar. Successivamente, fu scoperto che Al-Jarboui aveva un conto bancario con cui finanziava organizzazioni “di beneficenza” ma con matrice estremista, le cui attività si nascondevano dietro l’assistenza umanitaria ai rifugiati e che in realtà prevedevano attività di reclutamento di giovani tunisini da far partecipare al Jihad in Libia e Siria. Ulteriori indagini successive hanno rivelato che il generale qatariota aveva altresì legami con organizzazioni estremiste.

Il finanziamento ed il sostegno al terrorismo è una delle accuse principali che hanno portato alla cosiddetta crisi del Golfo. Dal 5 giugno 2017, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto hanno imposto su Doha un embargo diplomatico, economico e logistico, accusandola di sostenere e finanziare gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah e di appoggiare l’Iran, il principale rivale di Riad nella regione. Da parte sua, il Qatar, ha respinto le accuse, pur rimanendo in una condizione di isolamento che ha comportato la chiusura dei confini aerei, marittimi e terrestri, l’espulsione dei cittadini qatarini dai Paesi fautori dell’embargo e la chiusura dell’emittente televisiva qatarina al-Jazeera.

Negli ultimi tempi, Kuwait, Oman e Stati Uniti hanno provato a favorire uno scioglimento della crisi. Il 13 gennaio scorso, il Segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, si è recato a Doha ed ha evidenziato l’importanza di superare tale crisi per salvaguardare l’integrità ed il ruolo dell’Alleanza Strategica in Medio Oriente (Mesa). Quest’ultima consiste in un patto politico-militare, chiamato anche “NATO araba”, proposto per la prima volta il 20 maggio 2017 dal presidente della Casa Bianca, Donald Trump, con l’obiettivo di favorire una maggiore sicurezza e stabilità nella regione, alla luce della crescente minaccia iraniana. Tuttavia, sebbene i tentativi di mediazione, fino ad ora, non abbiano portato a risultati concreti, sembra che anche dal GCC arrivino segnali di un minimo avvicinamento tra Riad e Doha.

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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