Libia: Egitto, Emirati e Francia alleati di Haftar

Pubblicato il 19 luglio 2019 alle 16:13 in Africa Libia

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Il Consiglio Supremo di Stato della Libia ha dichiarato di avere informazioni, ricevute dall’Intelligence, riguardanti uno stretto legame tra Egitto, Francia ed Emirati Arabi Uniti (UAE) e le forze del generale a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), Khalifa Haftar. Il sostegno dei 3 Stati è stato funzionale all’operazione contro la capitale Tripoli, attraverso la fornitura di veicoli da guerra aerei e armi di alta qualità. 

Inoltre, in una dichiarazione, il Consiglio Supremo ha incolpato gli Stati in questione per aver contribuito a portare perdite e distruzione in Libia e a minarne la sicurezza. Pertanto, la missione delle Nazioni Unite in Libia, il Consiglio di Sicurezza e le altre entità internazionali interessate, hanno sottolineato la necessità di prendere una posizione risoluta e forte sull’ingerenza di tali Stati in Libia, che non solo ha causato vittime e danni ma hanno altresì violato la sovranità del Paese.

I tre paesi sostengono le forze di Haftar con armi e personale. A tal proposito, è del 29 giugno scorso la notizia del ritrovamento di alcuni missili americani ma di provenienza francese in una base utilizzata dalle forze di Khalifa Haftar, nella città occidentale di Gharyan. Il ministero della Difesa di Parigi ha negato di aver fornito tali missili ai ribelli. In tal caso, si tratterebbe di una violazione dell’embargo sulle armi fissato dalle Nazioni Unite. Il Dipartimento di Stato americano ha concluso che le armi erano state inizialmente vendute alla Francia come parte di un lotto di consegne avvenuto nel 2010.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito aiuti militari ad Haftar negli ultimi 4 anni, in quasi tutte le sue guerre a Bengasi, Derna e nella regione meridionale della Libia, e lo stanno attualmente supportando nella sua guerra nell’Ovest della Libia. Il Ministro degli Esteri degli UAE, Anwar Gargash, ha affermato che il proprio Paese sostiene Haftar nelle sue operazioni riguardanti la lotta al terrorismo in Libia, e ai gruppi estremisti, sostenuti dalla Turchia. In tale quadro, nelle ultime settimane, il ministero degli Esteri emiratino ha altresì chiesto alle parti coinvolte in Libia di ridurre l’escalation di tensioni e di impegnarsi nuovamente nel processo politico, sotto l’egida delle Nazioni Unite. Secondo il direttore del Centro libico per la Ricerca e lo Sviluppo Politico, Abdul Rahim Bashir, si tratta di una nuova pista seguita da Abu Dhabi per compensare la perdita della propria scommessa sulla guerra sferrata contro Tripoli da Haftar e per cercare di mantenere la propria presenza in Libia.

L’8 luglio scorso, è stato inoltre dichiarato che l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno reclutato militanti dal Sudan e da altri Paesi africani per supportare le forze armate di Haftar. Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, è a sua volta un sostenitore dell’uomo forte di Tobruk. In un comunicato presidenziale al-Sisi ha elogiato gli sforzi del generale volti a respingere le “milizie estremiste”. Haftar è considerato dall’Egitto come un baluardo contro la minaccia islamista, soprattutto a seguito della sua missione nel Sud della Libia.

Gli Emirati, l’Egitto e la Francia sono poi tra i 6 Paesi firmatari di una dichiarazione congiunta, rilasciata lo scorso 16 luglio, in cui è stata richiesta la fine immediata del conflitto in Libia e la cessazione delle ostilità a Tripoli, condannando ogni tentativo dei gruppi terroristici di approfittare del vuoto di potere nel Paese per prolungare i combattimenti.  “Non ci può essere una soluzione militare in Libia”, sottolinea il comunicato. “La violenza persistente ha causato circa 1.100 vittime e gli sfollati sono più di 100.000, alimentando una crescente emergenza umanitaria”, si legge successivamente nel documento.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

Haftar, il 4 aprile, dopo aver conquistato il Sud del Paese, ha sferrato un attacco contro Tripoli, avviando un’offensiva che è ancora in corso. Da parte sua, Tripoli ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, che ha avuto inizio il 7 aprile e che mira ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’LNA. Gli scontri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno causato la morte di 653 persone, tra cui 41 civili e 3547 feriti, tra cui 126 civili, oltre a circa 94.000 sfollati. 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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