Iraq: drone colpisce una base legata all’Iran

Pubblicato il 19 luglio 2019 alle 20:02 in Iran Iraq

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Un drone, di provenienza sconosciuta, ha bombardato, all’alba del 18 luglio, una base situata nel governatorato iracheno di Saladin, nel Nord-Ovest di Baghdad, causando diversi feriti. Tale base è utilizzata dalle Forze di Mobilitazione Popolare irachene, una coalizione di milizie paramilitari, sostenute dall’Iran.

Secondo quanto precisato da una nota, la base è sede della 16esima brigata delle Forze di Mobilitazione Popolare, e fonti locali hanno dichiarato che la base era sotto stretta sorveglianza da parte delle milizie paramilitari che, a loro volta, collaborano con consiglieri iraniani e libanesi per la sicurezza dell’area. Al-Arabiya ha riportato che l’attacco ha causato la morte ed il ferimento di membri appartenenti sia ad Hezbollah sia alle Guardie della Rivoluzione iraniane. Inoltre, secondo la medesima fonte, la base ospita altresì missili balistici di produzione iraniana, recentemente trasportati da Teheran tramite camion usati per trasportare alimenti refrigerati.

Anche un colonnello del comando di polizia del governatorato, Mohammed Khalil al-Bazi, ha confermato la notizia. In particolare, Al-Bazi ha dichiarato che il campo colpito si trova nel villaggio di Braugli, situato a 100 km a Est di Tikrit, e che i feriti sono 5. Tra questi, consiglieri o istruttori iraniani che collaborano con le forze irachene e che sono stati portati in un ospedale nelle vicinanze, per valutare la necessità di trasportarli o meno in Iran. Secondo il colonnello, il campo appartiene alla 52esima brigata delle forze di Mobilitazione Popolare, legata alle forze dell’organizzazione Badr, a loro volta guidate da Hadi al-Amiri, molto vicino alla leadership iraniana. Inoltre, secondo quanto dichiarato, l’attacco è stato parte di un’offensiva più ampia, lanciata da uomini armati dalle montagne di Hamrin e dall’area di Mutibijah, nell’Est di Tikrit, dove diverse postazioni militari irachene sono state colpite, senza, però, gravi conseguenze, grazie all’intervento repentino delle forze di sicurezza.

Il portavoce del Pentagono, Sean Robertson, ha dichiarato che le forze statunitensi non sono coinvolte in tale attacco. L’Iran, a sua volta, ha confermato ufficialmente che non vi sono elementi delle proprie forze militari in Iraq, ma molti esperti sottolineano la presenza di consiglieri militari che addestrano combattenti iracheni, soprattutto tra le file delle forze di Mobilitazione Popolare. Queste ultime, prevalentemente sciite, sono nate nel contesto della guerra civile irachena, ed in risposta all’appello del 13 giugno 2014 dell’Ayatollah Ali al-Sistani al jihad contro lo Stato Islamico. A tal proposito, tali forze paramilitari hanno dato un notevole contributo nella lotta contro l’ISIS, combattendo a fianco dell’esercito iracheno, a sua volta sostenuto dagli USA.

Tuttavia, la base colpita è altresì sede di un’altra rete di unità paramilitari, Hashed al-Shaabi, pro-Iran e sciite, e che parteciperebbero anch’esse alle operazioni di addestramento promosse dall’Iran. Ultimamente, Hashed è stata oggetto di sanzioni da parte degli Stati Uniti, a causa dei propri legami con l’Iran. Il 18 luglio scorso, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di sanzioni contro i leader di due milizie supportate dall’Iran in Iraq, accusandoli di essere “responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e di reati di corruzione”. È stato stimato che anche Washington ha dispiegato circa 5.200 truppe in Iraq e fornisce anch’essa attività di consulenza e formazione.

L’Iraq potrebbe rappresentare una potenziale arena per uno scontro regionale tra Iran e Stati Uniti, proprio a causa della presenza dei gruppi paramilitari sciiti che operano in prossimità delle basi che ospitano forze statunitensi. A tal proposito, tre razzi Katiuscia hanno colpito, il 17 giugno, Camp Taji, una base militare americana, situata a circa 35 km a Nord-Ovest di Baghdad. Precedentemente al 17 giugno, proiettili di mortaio hanno colpito la stessa base militare, mentre il 20 maggio scorso un missile è stato lanciato nella “Green Zone” di Baghdad, un’area fortificata della capitale che ospita edifici governativi e ambasciate straniere, tra cui quella statunitense. Gruppi armati fedeli all’Iran sono stati ritenuti responsabili dell’accaduto.

L’8 maggio scorso, il segretario di Stato americano ha effettuato una visita non annunciata a Baghdad, dove ha incontrato il primo ministro dell’Iraq, Adil Abdul-Mahdi, per discutere la minaccia iraniana nella regione. Nel corso della visita, gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iraq di assicurarsi che le milizie indipendenti del Paese, che operano sotto l’influenza dell’Iran, siano totalmente assoggettate al controllo del governo centrale. La visita si è verificata il giorno precedente all’annuncio iraniano del ritiro parziale dall’accordo sul nucleare del 2015, da cui gli Stati Uniti sono usciti esattamente un anno prima, l’8 maggio 2018. Con il ritiro unilaterale da parte di Washington, quest’ultima ha reimposto una serie di misure punitive contro la Repubblica Islamica e ciò ha creato una serie di tensioni crescenti tuttora accese.

Circa, invece, le relazioni tra Iran e Iraq, dopo le elezioni del presidente iraniano, Hassan Rouhani, nel 2013, l’Iraq ha fatto affidamento sul supporto paramilitare iraniano per combattere l’ISIS nel proprio territorio e l’alleanza tra Teheran e Baghdad si è solidificata a seguito della presa di Mosul da parte del gruppo estremista islamico. In tale contesto, l’Iran ha spesso cercato il sostegno dell’Iraq, sia nella regione, sia in questioni diplomatiche legate alla pressione americana contro Teheran. A tal proposito, la visita di Rouhani dell’11 marzo scorso avrebbe rappresentato un messaggio forte agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali: l’Iran domina ancora a Baghdad, un’arena chiave per un possibile aumento della tensione tra Washington e Teheran.

 

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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