USA: sanzioni contro leader di milizie irachene supportate dall’Iran

Pubblicato il 18 luglio 2019 alle 20:14 in Iran Iraq USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di sanzioni contro i leader di due milizie supportate dall’Iran in Iraq, accusandoli di essere “responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e di reati di corruzione”, una mossa che inasprisce ulteriormente le relazioni tra Washington e Teheran.

Parlando ad una conferenza di alto livello sulla libertà religiosa, organizzata dal Dipartimento di Stato americano, il Vicepresidente Mike Pence ha reso note le misure restrittive imposte a due figure delle potenti Forze di mobilitazione popolare, un’organizzazione ombrello di diverse milizie sciite irachene, e ha affermato che Washington “non starà pigramente a guardare mentre loro diffondono il terrore “. Le sanzioni corrispondono a quelle previste dal Magnitsky Act per colpire i trasgressori dei diritti umani. Le figure in questione sono Rayan Al Kildani, leader della 50esima Brigata, e Waad Qado, capo della 30esima Brigata. Il Dipartimento di Stato americano ha accusato Al Kildani di “gravi abusi sui diritti umani”, sostenendo che la sua milizia “compie sistematicamente saccheggi nelle case della città irachena di Batnaya, che si sta lentamente riprendendo dalle brutali azioni dei combattenti dell’ISIS”. La 30esima Brigata, invece, è accusata dagli Stati Uniti di compiere arresti e rapimenti illegali e di finanziarsi attraverso l’estorsione di denaro. Oltre ad Al Kildani e a Qado, anche due ex governatori iracheni, Nawfal Hammadi Al Sultan e Ahmed Al Jubouri, sono stati colpiti dalle sanzioni statunitensi.

Le Forze di mobilitazione popolare, di cui fanno parte le due Brigate, sono pienamente incorporate all’interno dell’esercito iracheno e hanno combattuto insieme alle sue truppe, sostenute dagli Stati Uniti, per liberazione del Paese dall’organizzazione dello Stato Islamico. Grazie a questo contributo, le due milizie sciite hanno ottenuto grande influenza e potere nel corso degli anni. La loro prima apparizione risale al 2003, quando hanno combattuto contro l’invasione americana dell’Iraq. Le Forze di mobilitazione popolare sono ancora notevolmente sostenute dall’Iran.

Lo Stato Islamico è presente in Iraq dal 2014, quando sono iniziate le offensive qui e in Siria. Dopo aver occupato gran parte del territorio iracheno, il 10 giugno di quell’anno l’organizzazione prese anche il controllo di Mosul, seconda città del Paese e principale nucleo urbano caduto in mano ai jihadisti, liberata poi il 10 luglio 2017. Il 9 dicembre 2017, il governo iracheno ha annunciato la vittoria sull’ISIS. In tale data, dopo tre anni di battaglie, il primo ministro dell’Iraq allora in carica, Haider al Abadi, aveva comunicato che l’esercito aveva ripreso il totale controllo del Paese, dopo la riconquista di Rawa, città al confine con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. Tuttavia, da allora, offensive “mordi e fuggi”, insurrezioni e guerriglie nel territorio settentrionale non si sono arrestate. L’obiettivo è minare il governo di Baghdad. Il califfato, dunque, rimane ancora una minaccia per il Paese, nonostante il 30 aprile il nuovo primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi, abbia dichiarato che le capacità dell’Isis “si sono notevolmente ridotte”.

Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran cresce di giorno in giorno. Il picco delle ostilità si era raggiunto giovedì 20 giugno, quando Trump aveva deciso di ordinare un attacco contro Teheran, in risposta all’abbattimento di un drone americano nello Stretto di Hormuz, avvenuto lo stesso giorno. Tuttavia, poche ore prima del lancio dell’operazione, venerdì 21 giugno, il presidente americano ha cambiato idea e ha deciso di annullare l’offensiva, spiegando su Twitter che non intendeva causare vittime sul suolo iraniano. Teheran si era difeso sostenendo che il drone si trovasse nello spazio aereo iraniano e volasse sopra la provincia meridionale di Hormozgan, vicino allo strategico Stretto, ma Washington ha continuato a rigettare la versione iraniana e ha ribadito che il velivolo stava attraversando un’area compresa nello spazio aereo internazionale.

 

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Chiara Gentili

di Redazione

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