Libia: 6 Paesi firmano dichiarazione sulla fine immediata del conflitto a Tripoli

Pubblicato il 17 luglio 2019 alle 11:46 in Africa Libia

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Gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto, la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Italia hanno richiesto la fine immediata del conflitto in Libia e la cessazione delle ostilità a Tripoli, condannando ogni tentativo dei gruppi terroristici di approfittare del vuoto di potere nel Paese per prolungare i combattimenti. I 6 Stati hanno firmato e rilasciato, martedì 16 luglio, una dichiarazione congiunta, dove hanno ribadito la loro preoccupazione sui fatti di Tripoli e hanno esortato le parti libiche a una rapida ripresa del processo politico, sotto gli auspici delle Nazioni Unite. “Non ci può essere una soluzione militare in Libia”, sottolinea il comunicato. “La violenza persistente ha causato circa 1.100 vittime e gli sfollati sono più di 100.000, alimentando una crescente emergenza umanitaria”, si legge successivamente nel documento. La dichiarazione, infine, spiega che gli sforzi di mediazione devono essere ripotenziati se si vuole procedere “verso l’istituzione di un governo di transizione che rappresenti tutti i libici e verso elezioni presidenziali e parlamentari credibili”.

Nella stessa giornata, l’inviato dell’ONU in Libia, Ghassan Salame, ha incontrato ad Abu Dhabi il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed, e ha discusso con lui i modi per risolvere il conflitto nel Paese nordafricano. Secondo quanto riportato dalla missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia, Salamé ha parlato dell’alto costo umano dei combattimenti a Tripoli e ha sottolineato l’esigenza di delineare una roadmap condivisa per riunificare la popolazione libica e aiutarla a riconciliarsi e a intraprendere un percorso di pace.

Il ministro di Stato degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Anwar Gargash, ha pubblicato, mercoledì 17 luglio, un tweet in cui sottolinea la rilevanza di un’iniziativa condivisa della comunità internazionale. “La dichiarazione dei 6 Stati che richiede la fine immediata delle ostilità in Libia, intorno alla capitale Tripoli, rappresenta la volontà della comunità internazionale di rimettere in sesto il processo politico nel Paese del Nord Africa”, ha dichiarato Gargash. Secondo il ministro, la dichiarazione serve anche come “avvertimento per evitare che i gruppi terroristici sfruttino la situazione per rendere ancora più pericolosa la natura dei rischi attuali”.

L’attacco contro Tripoli, condotto dal generale Khalifa Haftar, capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), è stato sferrato il 4 aprile e l’offensiva è tuttora in corso. Da parte sua, il governo della capitale, presieduto da Fayez al-Serraj, ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, iniziata il 7 aprile e finalizzata ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’Esercito di Haftar. 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), i combattimenti a Tripoli hanno causato, fino ad oggi, la morte di 1.093 persone, inclusi 106 civili. A seguito del conflitto, le Nazioni Unite sono state costrette ad abbandonare il piano per una conferenza che potesse finalizzare il raggiungimento di un accordo per risolvere la crisi politica in Libia e indire nuove elezioni. L’incontro era stato programmato per il 14-15 aprile, nella città sud-occidentale di Ghadames, e avrebbe dovuto riunire il premier al-Serraj e il generale Haftar. Tuttavia, pochi giorni prima dell’inizio dei lavori, la conferenza è stata annullata e non è stata più pianificata alcuna data futura. L’inviato dell’ONU Salamé ha detto che spera che l’incontro si verifichi il prima possibile, “quando le condizioni per il suo successo saranno assicurate”.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’LNA. Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale. L’Italia, da parte sua, ha sempre dimostrato di sostenere le iniziative del premier al-Serraj, pur ritenendo Haftar un “interlocutore imprescindibile” per i futuri colloqui di pace. “Come governo italiano, siamo convinti della necessità di un dialogo inclusivo con tutti i protagonisti”, aveva affermato il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, al termine di un incontro con l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia a Roma, nella giornata di venerdì 28 giugno.

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Chiara Gentili

di Redazione

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