Iraq: inviati a Mosca 33 bambini “dell’ISIS”

Pubblicato il 15 luglio 2019 alle 16:02 in Iraq Russia

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Il ministero degli Esteri iracheno ha annunciato, lunedì 15 luglio, il rimpatrio di 33 bambini di nazionalità russa, figli di donne condannate a diverse pene ma tutte accusate di aver militato nello Stato islamico.

L’operazione è avvenuta grazie al coordinamento con l’ambasciata russa a Baghdad, ed ha avuto inizio il 10 luglio. Come sottolineato dal comunicato del ministero iracheno, si è trattato di un lungo processo, in cui le parti coinvolte hanno preso le misure legali necessarie per accertarsi della nazionalità dei bambini coinvolti e garantire la protezione dei loro diritti. I bambini, di età compresa tra 1 e 4 anni, sono stati trasferiti dalla prigione irachena di Rusafa all’aeroporto internazionale russo di Zhukovsky, tramite un aereo privato. La loro parentela con cittadini russi è stata dimostrata attraverso test del DNA.

Nel comunicato pubblicato, il ministero ha invitato il mondo intero ad intensificare i propri sforzi per accogliere i figli delle donne che hanno scontato pene nelle prigioni irachene o sono ancora in centri di riabilitazione, ed ha evidenziato che sta profondendo ingenti sforzi per risolvere la questione della deportazione dei bambini “dell’ISIS” verso i propri Paesi, in cooperazione con l’ufficio legale e le altre autorità competenti, ovvero il Consiglio giudiziario supremo, il Ministero della Giustizia e le agenzie di sicurezza. È stato altresì sottolineato che l’Iraq ha tenuto diversi incontri bilaterali sulla questione, oltre ad aver organizzato missioni all’estero specifiche, per aprire canali diplomatici con quei Paesi in cui vi sono cittadini coinvolti o legati ad organizzazioni terroristiche.

I bambini vengono considerati come perpetratori e detenuti in stanze specifiche delle prigioni. Il gruppo trasferito il 10 luglio è il terzo diretto, dall’Iraq, alla Russia. Finora, a detta del ministero degli Esteri iracheno, è stato disposto il rimpatrio di almeno 473 bambini di varie nazionalità, tra cui russi, tagiki, azeri, tedeschi, francesi, georgiani, bielorussi, finlandesi, ucraini e turchi. A Baghdad, sono in corso diversi processi che vedono coinvolte centinaia di donne straniere detenute dalle truppe irachene durante le operazioni militari che miravano a liberare il Paese dalla minaccia terroristica. Tali donne si erano unite ai gruppi estremisti sin dal 2014, a fianco dei numerosi cittadini stranieri.

Secondo un rapporto di marzo 2019 di Human Rights Watch, circa 1500 minori catturati da curdi e forze di sicurezza irachene in Iraq sono vittime di torture, perché   sospettati di far parte dell’Isis. Il documento, di 53 pagine, precisa che fra loro ci sono 185 stranieri. A tal proposito, sono state riportate testimonianze di bambini che si erano uniti all’Isis per poter mangiare, per timore di essere uccisi, o per esigenze economiche delle proprie famiglie. All’interno dell’organizzazione i bambini lavoravano come guardie, cuochi o autisti. Tuttavia, a detta del responsabile dei diritti dei bambini di Hrw, Joe Becker, l’approccio adottato dalle forze irachene è di carattere puramente punitivo ed avrà conseguenze negative per il resto della vita delle vittime.

L’inizio della presenza dell’ISIS risale al 2014, con l’inizio di un’ampia offensiva in Siria e in Iraq. Dopo aver occupato gran parte del territorio iracheno, il 10 giugno di quell’anno l’organizzazione prese anche il controllo di Mosul, principale nucleo urbano caduto in mano ai jihadisti.

Il 9 dicembre 2017, il governo iracheno ha annunciato la vittoria sull’ISIS. In tale data, dopo tre anni di battaglie, il primo ministro dell’Iraq in carica, Haider al-Abadi, ha comunicato che l’esercito aveva ripreso il totale controllo del Paese, dopo la riconquista di Rawa, una città ai confini occidentali di Anbar con la Siria, ultimo baluardo del gruppo in Iraq. Tuttavia, da allora, attacchi “mordi e fuggi”, insurrezioni e guerriglie nel territorio dell’Iraq settentrionale continuano. L’obiettivo è minare il governo di Baghdad. Diversi dati dimostrano che il califfato autoproclamato rimane ancora una minaccia per il Paese.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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