Canada-Cina: nuovo arresto, la crisi si intensifica

Pubblicato il 15 luglio 2019 alle 11:40 in Cina USA e Canada

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Le autorità cinesi hanno dichiarato, domenica 14 luglio, di aver arrestato un altro cittadino canadese, senza però fornire indicazioni sull’identità del soggetto o sui capi d’accusa. L’individuo, stando a quanto riportato dal New York Times, è stato arrestato nei giorni scorsi nella città di Yantai, nell’area orientale del Paese.

Poco prima, le autorità di Pechino avevano arrestato con l’accusa di traffico di stupefacenti un altro gruppo di cittadini stranieri, di cui 16 insegnanti inglesi, nella città di Xuzhou, nell’Est del Paese. Stando a quanto ipotizzato dal New York Times, l’arresto del cittadino canadese potrebbe essere correlato a tale vicenda, oppure potrebbe rappresentare un segnale da parte di Pechino per ottenere il rilascio del direttore finanziario di Huawei, Meng Wanzhou, arrestata lo scorso 1° dicembre, data in cui ha avuto inizio la crisi diplomatica tra i 2 Paesi.

Secondo quanto ricostruito dal New York Times, Ottawa e Pechino hanno visto un inasprimento delle proprie relazioni a partire dallo scorso dicembre, quando la Cina ha arrestato 2 cittadini canadesi, un ex diplomatico, Michael Kovrig, e un imprenditore, Michael Spavor, con l’accusa di spionaggio. Tali arresti sono avvenuti in risposta alla presa in custodia da parte del Canada della direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, avvenuta il 1° dicembre, per via di un mandato di arresto internazionale emesso dagli Stati Uniti. Poco dopo, la Cina ha arrestato ulteriori 2 cittadini canadesi, sentenziandoli a morte, con l’accusa di traffico di stupefacenti.

In tale contesto, secondo le ricostruzioni del Times, il Canada ha chiesto la collaborazione degli Stati Uniti per ottenere il rilascio di Kovrig e Spavor. In particolare, Trudeau e Trump hanno avuto un colloquio telefonico, il 9 maggio, in cui il presidente USA ha assicurato al premier canadese che avrebbe sollevato la questione dei detenuti condannati a morte con il presidente cinese, Xi Jinping, in occasione del G20 di giugno. Tuttavia, non sono emersi sviluppi in merito. Per tale ragione, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, Geng Shuang, aveva commentato la vicenda dicendo di sperare che “il Canada non fosse troppo ingenuo nel pensare che chiedere ai cosiddetti alleati di porre pressioni alla Cina potesse funzionare”. Tuttavia, giovedì 4 luglio, l’ambasciatore statunitense Kelly Craft aveva confermato che il presidente USA aveva discusso dei condannati a morte canadesi nel suo incontro con Xi Jinping in Giappone.

Da parte loro, gli Stati Uniti avevano rilasciato, il 3 gennaio, una comunicazione di allerta per i cittadini americani intenzionati a recarsi in Cina. Nel documento, il Dipartimento di Stato americano aveva diffuso informazioni in merito all’utilizzo, da parte della Cina, di strumenti consolari di divieto di uscita dei cittadini stranieri, “obbligando talvolta gli statunitensi a rimanere su suolo cinese per anni”. Tale pratica, ha reso noto il Dipartimento di Stato, viene adottata da Pechino per 3 ragioni principali. La prima motivazione individuata da Washington è quella di coinvolgere in modo forzato i cittadini americani nelle investigazioni governative cinesi. Il secondo motivo per cui i cittadini americani non possono talvolta lasciare la Cina fa riferimento alla decisione di indurre i cinesi che vivono all’estero a rimanere in Cina. La terza ragione, invece, è correlata all’aiuto che gli stranieri possono fornire alle autorità cinesi nel risolvere dispute legali che coinvolgono Paesi esteri.

Parallelamente, nel documento degli Stati Uniti, il Pentagono ha reso noto che in Cina sono in aumento i casi di detenzione di cittadini stranieri. Per tale ragione, “i cittadini americani potrebbero essere arrestati senza avere accesso a forme di assistenza consolare o legale”. In tale contesto, i cittadini stranieri arrestati “possono essere obbligati ad interrogatori e detenzioni prolungati per ragioni correlate alla sicurezza dello Stato” senza però poter “conoscere realmente i propri capi d’accusa”.

A conferma di ciò, l’arresto, avvenuto in Cina lo scorso mese, di uno dei direttori esecutivi della Koch Industries. L’uomo è di nazionalità cino-americana, la quale però non è riconosciuta dalle autorità di Pechino.

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 Jasmine Ceremigna

di Redazione

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