Sudan: manifestazioni contro repressione militare

Pubblicato il 14 luglio 2019 alle 12:05 in Africa Sudan

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Migliaia di manifestanti si sono radunati, sabato 13 luglio, per onorare le decine di persone uccise durante una protesta nel violento raid militare del 3 giugno, e per fare pressioni al Consiglio Militare di Transizione in vista di un accordo con la parte civile.

Nella giornata di sabato, all’inno di “sangue per sangue, non accetteremo compromessi”, folle di manifestati hanno marciato per le principali strade della città costiera di Port Sudan, con sbocco sul mar Rosso, e nelle città sudanesi centrali di Madani e  Al-Obeid. Nella capitale, Khartoum, hanno riferito alcuni testimoni, una prima marcia è stata organizzata nell’area di Haj Yousef, ma altre erano previste per il pomeriggio. Molti dei partecipanti sfilavano con slogan e foto dei manifestanti uccisi nel raid del mese precedente. 

Le forze di sicurezza sudanesi avevano causato la morte di oltre 100 persone, 128 secondo le ultime stime, nella sanguinosa repressione delle manifestazioni, messa in atto il 3 giugno fuori dal quartier generale dell’esercito, nella capitale. Tuttavia, le autorità sostengono che il bilancio si fermi a 61 morti, tra cui 3 membri delle forze di sicurezza nazionali.

A seguito di tale evento, nuove proteste, note come “la marcia dei milioni”, erano tornate ad agitare il Paese, domenica 30 giugno. In tale occasione, 11 manifestanti sono stati uccisi e oltre 180 sono rimasti feriti.

Gli organizzatori delle manifestazioni di sabato 13 luglio speravano che, anche in questo caso, l’affluenza dei cittadini fosse numerosa. Il raduno era inteso anche ad aumentare la pressione sul Consiglio Militare di Transizione, attualmente al potere, il quale dovrà presto incontrare i rappresentanti dell’alleanza Libertà e Cambiamento, un’altra unione di gruppi in protesta, e firmare un accordo di condivisione e bilanciamento dei poteri temporanei nel Paese. L’inviato dell’Unione Africana, Mohammed el-Hassan Labat, ha affermato che un incontro sarebbe avvenuto proprio nella sera di sabato. Tuttavia, Ahmed Rabei, un portavoce dell’Associazione dei Professionali Sudanesi (SPA), sindacato creato nel 2012, ha più tardi reso noto che il dialogo sarebbe stato posticipato a domenica per avere più tempo di consultarsi all’interno dell’alleanza Libertà e Cambiamento, prima di discutere i termini dell’accordo con le autorità di transizione. La cerimonia di firma dell’accordo era dapprima attesa per la settimana precedente, ma è stata più volte rimandata, fatto che ha destato timori circa il mancato raggiungimento di un accordo definitivo tra le parti. 

Walid Madibu, fondatore del Sudan Policy Forum, ha spiegato che, in mancanza di fiducia tra le Forze di Libertà e Cambiamento e il Consiglio Militare di Transizione, il suo forum sta tentando di modificare un accordo politico e renderlo un accordo contrattuale. Ciò è estremamente difficile, a suo dire, poiché, così facendo, si corre il rischio di renderlo o troppo rigido o troppo vago per far sì che poi possa consentire effettivi cambiamenti. Madibu ha spiegato che ci sono tre principali aree di discordia nel trattato. La prima, è che Libertà e Cambiamento insiste che i perpetratori delle violenze del 3 giugno debbano essere esclusi dalle loro funzioni e dal tavolo negoziale. In seguito, il gruppo richiede un ultimatum sul numero di giorni entro cui, entrambe le parti, dovranno nominare un organo legislativo. Infine, il terzo punto, nonché il più importante, secondo il portavoce, è la divergenza di punti di vista circa l’eventuale sostegno o approvazione delle nomine da parte del Consiglio Militare. Il Partito Comunista Sudanese, che fa parte del movimento di protesta, ha criticato le trattative “vaghe” tra l’alleanza e il Consiglio Militare. Inoltre, il segretario politico del partito, Mahmoud al-Khateib, ha annunciato che il PCS rifiuta la partecipazione degli attuali membri che compongono il Consiglio.

 L’accordo include la creazione di un Consiglio Sovrano congiunto, il quale dovrebbe governare per poco più di 3 anni fino alla data delle prossime elezioni, insieme a una dichiarazione costituzionale. Un leader militare dovrà presiedere il consiglio, composto da 11 membri, per i primi 21 mesi. A seguire, il suo posto sarà preso da un leader civile per i successivi 18 mesi.

Le manifestazioni in Sudan erano iniziate molto tempo prima, il 19 dicembre 2018, e in pochi mesi avevano portato al rovesciamento del presidente al-Bashir.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate continuano a mettere in pericolo la vita dei cittadini sudanesi. In tale contesto, gli analisti sostengono che la rivolta che ha rovesciato al-Bashir rischia di perdere gli obiettivi di libertà e democrazia che si prefiggeva di raggiungere.

 

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

  

Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.