Siria: aumentano i raid aerei contro l’enclave ribelle, 15 morti

Pubblicato il 13 luglio 2019 alle 15:16 in Medio Oriente Siria

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Raid aerei hanno bersagliato alcune città in mano ai ribelli nella Siria nord-occidentale, venerdì 12 luglio, in un’intensificazione e ampliamento dell’offensiva del regime di Damasco, supportato militarmente da Mosca, contro i dissidenti siriani.

I raid via cielo hanno causato la morte di 3 persone a Idlib e altre 3 a Maarat al-Numan, due delle più grandi città della regione nord-occidentale del Paese. Altre 9 persone sono state uccise dagli attacchi aerei nel resto dell’enclave ribelle. A renderlo noto è stato l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, organismo di monitoraggio del conflitto siriano con base nel Regno Unito. Un portavoce del governo provinciale, il quale controlla la maggior parte dell’enclave che, a sua volta, è in larga parte in mano a fazioni jihadiste, ha reso noto che, nella giornata di venerdì 12 luglio, le celebrazioni religiose quotidiane sono state sospese in gran parte della regione proprio per via dei raid aerei.

Già giovedì 11 luglio, era esplosa un’autobomba all’ingresso della città siriana di Afrin, situata nel Governatorato di Aleppo, nel Nord-Ovest del Paese, e aveva causato 11 morti, tra cui civili, bambini e diversi feriti. Nella notte di mercoledì 10 luglio, 56 combattenti erano morti nella medesima area in seguito a scontri tra le forze del regime e gli oppositori. 

Gli scontri tra le forze del regime ed i dissidenti sono scoppiati in seguito al tentativo da parte dei ribelli di prendere il controllo del villaggio di Hamamiyat e di una collina nei pressi dei villaggi di Hama, nel Nord-Ovest del Paese. Quest’ultima è un’area altamente strategica, in quanto consente di monitorare la strada da cui provengono gli aiuti. Il bilancio delle vittime include 32 membri delle forze del regime e 24 provenienti dalle fazioni di opposizione. Il 10 luglio, un attacco aereo da parte del regime, contro un ospedale di Idlib, ha causato la morte di altri 11 civili, tra cui almeno 4 bambini.

Nelle ultime settimane, diverse esplosioni si sono verificate nell’area di Afrin e dintorni. Un leader della fazione sostenuta dalla Turchia è morto in seguito ad una bomba posizionata nella propria automobile, nell’area rurale a Nord-Est di Aleppo. Il 3 luglio scorso, un altro ordigno è stato fatto esplodere in un veicolo militare dell’operazione Ramo d’Olivo, nel Nord di Afrin e, come riportato dall’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani, anche il mese di giugno non è stato esente da attacchi contro le forze filo-turche presenti nel Nord della Siria. Tali avamposti turchi vengono presi di mira dalle forze provenienti dai territori in mano alle forze fedeli al presidente siriano, Bashar al-Assad. In particolare, un soldato turco è stato ucciso e altri 3 sono rimasti feriti nel corso di un attacco avvenuto giovedì 27 giugno e definito dal Ministero di Ankara “deliberato”. Anche il 16 giugno, fuochi di mortai e bombardamenti, provenienti da una regione in mano al governo di Damasco, avevano colpito un punto di vedetta della Turchia in Siria.

Il governo siriano e l’alleato russo hanno ricominciato a lanciare operazioni militari più intense contro la provincia di Idlib nell’aprile 2019. Questa resta una delle poche aree che ancora non si trova sotto il pieno controllo del regime siriano. Sin dalla fine di aprile, più di 550 civili sono morti in seguito agli attacchi aerei da parte del regime, coadiuvato dalla Russia. Le forze di Ankara, invece, hanno stabilizzato la loro presenza al confine meridionale della Turchia. Nonostante gli scontri continuino, l’offensiva di Assad intorno alla provincia di Idlib e al suo interno non ha ancora comportato conquiste territoriali significative; si tratta di una delle rare offensive in cui i risultati del regime siriano sono lenti nonostante il sostegno militare di Mosca, che si è resa operativa sul campo a partire dal 2015..

La guerra civile è scoppiata nel Paese il 15 marzo 2011 ed è tuttora in corso. La Turchia è sostenitrice dei ribelli, dissidenti del regime. Nell’area Nord- occidentale della Siria vivono circa 3 milioni di persone ma la metà è stata costretta a rifugiarsi in altre zone della Siria, in seguito alle ripetute offensive del presidente siriano.

Nell’autunno 2018, Damasco sembrava voler dare inizio ad un’avanzata verso tale zona, ma la sua campagna è stata frenata dall’accordo raggiunto tra Ankara e Mosca il 17 settembre. In tale data, Turchia, Russia, Iran e Siria, a Sochi, avevano raggiunto un’intesa, con l’obiettivo di scongiurare un massiccio assalto del regime a Idlib e nelle province vicine, dove si erano raggruppati i gruppi ribelli che erano stati sconfitti e i civili evacuati dalle altre città. Con tale accordo era stata istituita un’area di 15 – 20 km in cui queste persone, insieme alle proprie famiglie e ad altri civili scappati da diverse zone di conflitto, potessero considerarsi al sicuro rispetto agli attacchi del regime. Questa zona è rimasta l’unica non ancora sotto il pieno controllo del regime siriano. Dopo mesi di relativa calma, le forze del regime hanno intensificato i bombardamenti, coadiuvati successivamente da aerei russi.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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