Yemen: Houthi colpevoli della crisi di carburante

Pubblicato il 10 luglio 2019 alle 16:10 in Medio Oriente Yemen

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L’alto comitato economico del governo yemenita ha accusato la “compagnia di petrolio Houthi” di aver alimentato la crisi di carburante e di averne minato il commercio, in seguito al divieto posto ad una nave petrolifera autorizzata di entrare e scaricare nel porto di Hodeidah.

L’evento avrebbe sia peggiorato la crisi di carburante sia favorito il mercato nero. Il comitato ha altresì dimostrato l’infondatezza delle dichiarazioni da parte Houthi, secondo cui vi sarebbe una crisi dei derivati petroliferi nelle aree controllate dalle milizie del governo. A tal proposito, secondo le statistiche ufficiali dell’ultimo periodo, la quota di derivati petroliferi del porto di Hodeidah, autorizzati dal governo, ha raggiunto il 70% delle importazioni totali dei porti yemeniti.

Al contrario, il comitato yemenita ha sottolineato che sono stati gli Houthi ad aver impedito ad una nave con a bordo derivati petroliferi di attraccare, nonostante questa fosse in possesso dei permessi necessari, costringendola a traferire il proprio carico ad un’altra compagnia. A detta del comitato, gli Houthi sarebbero altresì i responsabili dell’aumento dei prezzi di carburante di oltre il 40% del prezzo normale dei mercati ufficiali e del 150% dei prezzi del mercato nero. La causa è da attribuirsi alla vendita dei derivati petroliferi nelle aree sotto il controllo delle forze insurrezionali. Inoltre, secondo il report dello stesso comitato, gli Houthi sono altresì responsabili di una speculazione di denaro, derivante dai derivati del petrolio stessi, che ha alimentato ulteriormente la crisi.

La capitale Sana’a e le zone yemenite sotto il controllo dei ribelli, da alcuni giorni, stanno vivendo una crisi dei prodotti derivati dal petrolio, oltre alla chiusura improvvisa della maggior parte delle stazioni di carburante. Precedentemente, nel mese di aprile, gli Houthi sono stati accusati di essere dietro tale tipo di crisi. Si tratterebbe di “un loro asso nella manica” contro la decisione della Banca Centrale dello Yemen di contrastare l’acquisto illegale di derivati di petrolio dall’Iran, ovvero una delle risorse principali degli Houthi.

La guerra civile in Yemen è scoppiata il 19 marzo 2015, data in cui gli Houthi hanno lanciato un’offensiva per estendere il loro controllo nelle province meridionali. I gruppi che si contrappongono nel conflitto sono da un lato i ribelli sciiti, che controllano la capitale Sana’a, alleati con le forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e sostenuti dall’Iran e dalle milizie di Hezbollah. Dall’altro lato, vi sono le forze fedeli al presidente yemenita, Rabbo Mansour Hadi, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale. L’Arabia Saudita è intervenuta nel conflitto per sostenere Hadi, il 26 marzo 2015, a capo di una coalizione formata anche da Emirati Arabi Uniti, Marocco, Egitto, Sudan, Giordania, Kuwait, Bahrain e Qatar e sostenuta, a sua volta, dagli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi, le offensive si sono intensificate, con attacchi aerei e per mezzo di droni, sia sul territorio yemenita, sia in luoghi chiave per gli interessi sauditi in altre regioni. La coalizione araba, il 29 maggio, ha lanciato un’operazione militare con l’obiettivo di neutralizzare le capacità offensive degli Houthi.

Nei 4 anni del conflitto yemenita, gli Houthi sono riusciti a sviluppare sistemi missilistici, divenuti armi strategiche in grado di minacciare l’intera area del Golfo. La coalizione a guida saudita ha dichiarato che, fino ad ora, sarebbero 218 i missili balistici lanciati contro l’Arabia Saudita da parte dei ribelli.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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