Libia: svuotato il centro migranti colpito dall’attacco aereo di Haftar

Pubblicato il 10 luglio 2019 alle 15:08 in Immigrazione Libia

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Il centro di detenzione per i migranti di Tajoura, in Libia, colpito da un attacco aereo il 2 luglio, è stato completamente svuotato in seguito alla decisione delle autorità di Tripoli di rilasciare le persone che vi erano rinchiuse. “A un certo punto, il governo ha preso l’iniziativa di liberare i detenuti”, ha dichiarato il portavoce dell’UNHCR, l’Agenzia dell’ONU per i Rifugiati, Charlie Yaxley. Dei 350 migranti, 260 hanno immediatamente lasciato la struttura e hanno raggiunto un centro dell’UNHCR dove sono stati accolti per la notte e hanno ricevuto l’assistenza necessaria, in attesa di essere trasferiti in un altro complesso, 55, invece, considerati più vulnerabili, sono stati trasportati a Tripoli e saranno inviati, in condizioni di sicurezza, in Paesi terzi. Il centro dell’UNHCR nella capitale libica e quello in Niger sono pieni, ha detto Yaxley, aggiungendo: “Facciamo affidamento sugli Stati per farsi avanti con posti di evacuazione per far uscire le persone”

Il ministro dell’Interno, Fathi Bashagha, ha tuttavia condannato la scelta di svuotare il campo, affermando che l’autorizzazione era stata solo concessa a 70 persone, su richiesta dell’ONU. Gli altri, secondo quanto dichiarato dal ministro, sarebbero usciti di loro iniziativa e non è stato possibile fermarli. Come riporta l’agenzia di stampa ANSA, Bashagha, parlando alla tv libica Al Ahrar, ha detto che “l’UNHCR aveva deciso di far uscire 70 migranti dal centro, che ne ospita circa 400, per rimpatriarli”. “Ciò ha spinto un gran numero di persone a protestare e a lasciare il centro”, ha aggiunto il ministro, sottolineando che “elementi del Ministero dell’Interno avevano dovuto evitare di scontrarsi con i migranti e di impedire loro con la forza di uscire per rispetto dei diritti umani”. “La situazione”, continua Bashagha, “ha prodotto l’uscita pacifica di un certo numero di loro, i quali sono scomparsi nelle strade della capitale”.

L’attacco aereo contro il centro di Tajoura aveva causato la morte di almeno 44 persone, tra cui 6 bambini. Il governo di Tripoli accusa le forze del generale Khalifa Haftar o uno dei suoi alleati internazionali di essere responsabili dell’aggressione. Dall’altra parte, il comandante della Cirenaica ha negato ogni coinvolgimento e ha affermato che i suoi uomini attaccano solo postazioni militari. Già a giugno l’organizzazione Medici Senza Frontiere aveva lanciato un appello: chiudere i centri di detenzione e realizzare più corridoi umanitari.

Circa 6.000 migranti provenienti da Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan e altri Paesi africani sono rinchiusi in dozzine di strutture di detenzione in Libia. Tali strutture sono in mano ai gruppi armati libici, i quali non tutelano in alcun modo le persone detenute. I migranti in Libia vivono in condizioni pessime, sono soggetti a torture e abusi, secondo i testimoni che sono passati per tali strutture. A questo si aggiunge la situazione estremamente critica del Paese. Il capo dell’LNA e uomo forte del governo di Tobruk, Haftar, il 4 aprile, ha iniziato un assalto a Tripoli, dove le offensive sono ancora in corso. Le autorità tripoline, con a capo il premier Fayez Serraj, hanno risposto all’attacco di Haftar, il 7 aprile, con l’operazione “Vulcano di Rabbia”. Dal momento che Tripoli, a causa del conflitto in corso, non costituisce un luogo sicuro e adatto per ospitare i migranti, la UN Refugee Agency ha chiesto alla comunità internazionale di effettuare ulteriori evacuazioni dalla capitale. Nel solo mese di maggio 2019, secondo le stime dell’agenzia, la Guardia Costiera libica ha soccorso in mare 1.224 migranti che ha poi riportato in tale situazione.

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Chiara Gentili

di Redazione

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