Il bombardamento dei migranti in Libia e l’arte di strappare gli accordi

Pubblicato il 10 luglio 2019 alle 15:08 in Il commento Libia

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Orsini Mit 2

La Libia ha vissuto il suo giorno peggiore dalla ripresa delle ostilità. Un centro pieno di migranti è stato bombardato martedì a Tajura: mai erano morti così tanti civili in un solo giorno di questa nuova guerra, iniziata il 4 aprile 2019. La situazione è nota, nella sua tragicità. Il governo di Tripoli, sostenuto dall’Italia, è stato cinto d’assedio da Haftar, il generale del governo di Tobruk. La Libia è infatti divisa in due governi contrapposti che ambiscono a riunificare il Paese. In questo momento, il governo di Tobruk è in netto vantaggio. L’equilibrio tra i due governi, che aveva impedito la ripresa delle ostilità, si è rotto, con grave danno per l’Italia, quando il generale Haftar ha ottenuto il sostegno economico e militare dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Il grande regista dell’operazione è stato al Sisi, il presidente dell’Egitto, vero protagonista della politica in Libia. Al Sisi ha prima interceduto in favore di Haftar presso il re dell’Arabia Saudita e poi si è recato a Washington per chiedere a Trump di benedire l’avanzata contro Tripoli. Tutto ciò è lineare. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e gli Stati Uniti sono alleati nella guerra in Yemen, un povero Paese che non ha la pietà di nessuno se non di Papa Francesco, in cui è in atto la più grande crisi umanitaria del mondo, secondo quando dichiara l’Onu. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e gli Stati Uniti, sotto Trump, sono diventati un “blocco”. Sono in ottimi rapporti tra di loro e si coordinano, tanto in Yemen, quanto in Libia. Obama non avrebbe mai consentito una nuova guerra in Libia, di cui aveva impedito la ripresa in più occasioni. Ma Trump è altra cosa, per ragioni psicologiche, prima ancora che politiche. Trump è infatti convinto che la forza di un presidente si misuri dalla sua capacità di fare e disfare a piacimento, e non dalla perseveranza nel raggiungere un accordo. Questo spiega anche la sua ammirazione per i capi di Stato più autoritari, di cui si sta parlando tanto sui più autorevoli quotidiani americani. Trump ha modi spiacevoli e sprezzanti verso i leader più democratici del mondo, come la Merkel, ma sfoggia grande rispetto verso i capi più autoritari e anti-democratici. Mentre Obama pensava che la forza di un presidente si misurasse dalla capacità di chiudere un accordo, Trump pensa che si misuri dalla capacità di strapparlo. Il ragionamento di Trump è semplice e si riassume come segue: “Chi può tutto è più forte di tutti”. Trump non ha ancora presentato una proposta di accordo per il conflitto israelo-palestinese, ma ha firmato l’ordine esecutivo per il ritiro degli Stati Uniti dal Trans Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio con undici Paesi affacciati sul Pacifico. Ha poi strappato gli accordi con l’Iran, dando una corposa spinta al Medio Oriente verso una nuova guerra, e si è ritirato dagli accordi di Parigi sul cambiamento climatico. Trump avrebbe voluto ritirarsi anche dagli accordi Nafta, ma le maggiori università americane, tra cui la Tuft University di Boston, sono riuscite a frenarlo, spiegandogli che una simile scelta avrebbe avuto ricadute negative per gli Stati Uniti. Tra queste: il calo del Pil, la crescita del prezzo della benzina, delle automobili, della frutta e della verdura, con effetti malefici per il settore tessile, agricolo e automobilistico. Resta fondamentale un articolo pubblicato sul “New York Times” da Ana Swanson e Kevin Granville, il 12 ottobre 2017, con una lista talmente lunga di conseguenze negative per l’economia americana da destare impressione. Trump aveva anche un accordo con l’Italia per difendere il governo di Tripoli istituito dall’Onu, a cui è venuto meno. Questo modo di concepire la forza ha danneggiato l’Italia in due occasioni. La prima riguarda l’Iran, di cui l’Italia è il principale partner commerciale in Europa, e la seconda riguarda la Libia. Trump sostiene i bombardamenti in Yemen, in Libia, in Palestina, in Siria e pure un’invasione del Venezuela, senza che nessuno abbia capito che cosa dovremmo farci con tutti questi bombardamenti. Di certo non riescono a capirlo gli abitanti di Tripoli – dove l’Italia ha un’ambasciata ancora aperta – soprattutto dopo l’ultimo bombardamento di Tajura. È vero che la situazione in Libia è drammaticamente peggiorata sotto il governo Conte, senza però che sia colpa del governo Conte.

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Per gentile concessione del direttore del Messaggero.

di Alessandro Orsini

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