Dipartimento di Stato USA approva vendita di armi a Taiwan: sempre più vicino l’accordo

Pubblicato il 9 luglio 2019 alle 15:19 in Taiwan USA e Canada

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Il Dipartimento di Stato americano ha approvato la proposta sulla possibile vendita di armi a Taiwan per un valore di 2,2 miliardi di dollari. Il carico comprenderebbe 108 carri armati M1A2T Abrams, della General Dynamics Corporation, 250 missili Stinger e altro equipaggiamento militare. L’Agenzia di Cooperazione del Pentagono per la Difesa e la Sicurezza (DSCA) ha assicurato che la vendita di armi a Taipei non altererà l’equilibrio nella regione e non rappresenterà una minaccia per gli interessi degli altri Stati. Il DSCA ha poi informato il Congresso, lunedì 8 luglio, sulla possibile richiesta da parte di Taiwan di ulteriore materiale, come mitragliatrici, munizioni, veicoli blindati per sostituire carri armati non operativi e relativo supporto. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, lo scorso mese una notifica informale sulla proposta di vendita era già stata inviata al Congresso degli Stati Uniti.

Da parte sua, la Cina ha sempre mostrato di non gradire un accordo simile tra USA e Taiwan. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si è detto espressamente contrario alla vendita e ha esortato l’amministrazione americana a ritirare la proposta. Le relazioni tra Washington e Beijing, inoltre, sono già da tempo incrinate a causa della guerra commerciale in atto tra i due Paesi. Parlando dalla capitale, martedì 9 luglio, il portavoce del ministro, Geng Shuang, ha dichiarato che la vendita americana di armi all’isola di Taiwan rappresenta “una seria violazione del diritto internazionale e una prepotente interferenza negli affari interni della Cina, che mina alla sua sovranità e ai suoi interessi di sicurezza”. “La Cina è profondamente delusa e si oppone con fermezza a questo accordo”, ha ribadito Shuang, che ha poi aggiunto: “Taiwan è una parte inseparabile del territorio cinese e nessuno dovrebbe sottostimare la determinazione del governo e del popolo della Cina nel difendere la sua sovranità e la sua integrità dalle ingerenze esterne”.

Gli Stati Uniti non intrattengono relazioni formali con la repubblica di Taiwan, tuttavia, secondo l’Accordo sulle relazioni tra i due Paesi, siglato nel 1979, Washington ha il dovere e l’obbligo di aiutare l’isola nella salvaguardia delle proprie capacità di autodifesa. Per tale ragione, gli USA risultano il principale fornitore di armi di Taiwan.

La guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti è cominciata il 23 marzo 2018, quando Washington ha imposto dazi del 25% e del 10% sulle importazioni dall’estero rispettivamente di acciaio e alluminio. Vista l’esclusione di Europa, Canada, Messico, Australia, Corea del Sud, Argentina e Brasile da questa tassazione, la decisione ha direttamente colpito la Cina. Lo stesso giorno, Trump ha annunciato un piano di tariffe e sanzioni commerciali sui beni importati per un valore stimato intorno ai 60 miliardi di dollari. Pechino ha risposto il giorno seguente, annunciando tasse nei confronti di 128 prodotti americani per un valore di 3 miliardi di dollari. Il 6 luglio 2018 gli Usa hanno imposto dazi addizionali del 25% su altri prodotti cinesi, per un valore di altri 34 miliardi di dollari, dando avvio, secondo Pechino, alla “più grande guerra commerciale della storia economica”. Oggi, dopo più di un anno dall’inizio della “guerra”, i dazi americani sono arrivati a colpire quasi la totalità dei prodotti cinesi esportati negli Stati Uniti.

Le relazioni diplomatiche tra Pechino e Washington sono inoltre diventate più tese a causa del sostegno degli Stati Uniti a Taiwan e della pericolosa posizione militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale, dove le pattuglie americane transitano in un regime di la libertà di navigazione. Questa è un’area fortemente contesa tra gli Stati del Sud est asiatico. La Cina frequentemente ammonisce gli Stati Uniti e i loro alleati per le operazioni navali che svolgono vicino alle isole occupate dalla flotta di Pechino. Washington ha espresso preoccupazione per il comportamento della Cina, considerato alla stregua di una “militarizzazione del Mar Cinese Meridionale” e ha sottolineato che la potenza asiatica sta costruendo installazioni militari su isole artificiali e barriere coralline. Pechino difende le sue costruzioni perché necessarie per l’autodifesa, affermando che sono gli Stati Uniti ad aumentare le tensioni nella regione, inviando navi da guerra e aerei militari vicino alle isole rivendicate dalla Cina.

Da quando il presidente americano, Donald Trump, è entrato nella Casa Bianca, gli Stati Uniti stanno conducendo una politica più aggressiva, mandando frequenti pattuglie militari nelle acque contese. L’ultimo episodio si è verificato il 22 maggio, quando l’esercito americano ha inviato due navi della Marina attraverso lo Stretto di Taiwan e ha innervosito la controparte cinese. Quest’ultima sta facendo pressioni militari e diplomatiche per affermare la propria sovranità sull’isola e conduce regolarmente esercitazioni nei pressi di Taiwan. D’altro canto, il Pentagono afferma che Washington, dal 2010, ha venduto a Taipei più di 15 miliardi di dollari in armi.

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Chiara Gentili

di Redazione

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