Sudan: “forte pressione” di USA e alleati dietro l’accordo di governo

Pubblicato il 8 luglio 2019 alle 19:26 in Sudan USA e Canada

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L’accordo per un governo misto in Sudan, raggiunto tra i manifestanti e l’esercito, è stato favorito da una “forte pressione” esercitata dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dai loro alleati arabi. 

La notizia viene riferita dal quotidiano The New Arab, che citano fonti interne alle proteste, che hanno familiarità con i negoziati tramite i quali le parti sono giunte all’accordo. Questi hanno riferito che la svolta principale nei negoziati è avvenuta durante un incontro segreto con i diplomatici di Stati Uniti, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, che hanno caldamente invitato le parti ad accettare le proposte portate avanti dall’Unione Africana e specialmente dall’Etiopia. “L’incontro è stato la pietra angolare del patto”, ha dichiarato uno dei manifestanti coinvolto nei negoziati, a condizione di rimanere anonimo. 

Due attivisti di spicco, un funzionario militare sudanese e 2 funzionari egiziani hanno parlato di intensi sforzi da parte degli Stati Uniti per il raggiungimento di un accordo, dopo che il veterano statunitense e diplomatico, Donald Booth, è stato nominato inviato speciale per il Sudan, il 12 giugno 2019. Tutte le fonti in questione hanno parlato in condizione di anonimato, poichè gli era stato negato il permesso di discuterne. I funzionari arabi hanno detto che gli Stati Uniti non sono stati influenti solo sulle forze armate sudanesi, ma anche sull’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, che avevano precedentemente sostenuto la posizione dei militari. 

Venerdì 5 luglio, l’esercito e i leader delle proteste hanno concordato di istituire un comune Consiglio Sovrano misto civile-militare di 11 membri che governerà il Paese per tre anni e tre mesi, circa. Si tratta di un’importate passo avanti nel Paese, dilaniato dalle violenze. Il Consiglio sarà formato da 5 soldati e 6 civili. Il capo dell’esecutivo sarà un membro dell’esercito per i primi 21, poi è prevista una rotazione. Tuttavia, i manifestanti hanno ottenuto l’istituzione di una commissione d’inchiesta nazionale indipendente che indagherà sulla violenta repressione delle proteste in tutto il Paese, dopo la rimozione dell’ex presidente, Omar al-Bashir, l’11 aprile. Nello specifico ci sarà una “inchiesta trasparente e indipendente” sui fatti del 3 giugno nella capitale, che hanno causato la morte di più di 100 individui. 

Omar al-Degair, un leader delle Forze per la Libertà e il Cambiamento (FFC), un’organizzazione ombrello dei gruppi civili di opposizione, ha affermato che l’accordo “apre la strada alla formazione si autorità di transizione”. “Speriamo che questo sia il inizio di una nuova era”, ha aggiunto. In una dichiarazione rilasciata venerdì 5 luglio, l’Associazione dei Professionisti del Sudan (SPA), che fa parte della FFC, ha confermato che il periodo di transizione durerà tre anni e tre mesi e che 21 mesi saranno a guida militare e per i restanti 18 l’esecutivo avrà una guida civile. I negoziati precedenti si erano bloccati sul tema di chi avrebbe dovuto guidare l’esecutivo, se un civile o un membro dell’esercito.   

Con la ripresa dei colloqui, si sono incontrati 3 generali del Consiglio Militare e 5 leader della protesta, secondo quanto ha riferito la stampa. Tra i negoziatori figura anche il generale Mohamed Hamdan Dagalo, vice capo del Consiglio e leader delle Forze di Supporto Rapido, protagonisti delle violente repressioni delle manifestazioni. L’Etiopia e l’Unione Africana hanno proposto un progetto che prevede un esecutivo a maggioranza civile, ma non è chiaro se i militari accetteranno tale proposta. Intanto, i leader delle proteste in Sudan hanno annunciato che il 14 luglio è stato indetto un giorno “disobbedienza civile a livello nazionale”. La notizia è stata riferita dall’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento, che è tornata a manifestare contro la giunta militare al potere, domenica 30 giugno. 

Domenica 30 giugno è stata la prima volta che decine di migliaia di persone hanno ripreso a protestare in Sudan, da quando le forze di sicurezza sudanesi avevano causato la morte di oltre 100 persone, nella sanguinosa repressione delle manifestazioni, messa in atto il 3 giugno fuori dal quartier generale dell’esercito. Le persone in piazza hanno riferito che c’è stata una “grande affluenza” alle proteste nella capitale, Khartoum, nonostante l’accesso ad internet nel Paese sia limitato. Tuttavia, la repressione continua ad essere dura. “La gente dice che i militari e la polizia antisommossa usano gas lacrimogeni, munizioni vere e granate stordenti per cercare di disperdere la folla”, ha raccontato un giornalista.

Il ritorno alle proteste del 30 giugno testimoniano la risolutezza dei manifestanti sudanesi. Dopo i fatti violenti del 3 giugno, era iniziata una campagna di disobbedienza civile, che si è conclusa sei giorni dopo, il 9 giugno. Secondo l’Unione dei medici del Paese, anche il bilancio di quella settimana è stato tragico: circa 118 morti. I manifestanti e i gruppi per la difesa dei diritti umani sostengono che le violenze siano opera soprattutto delle temute Forze paramilitari di supporto rapido, comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, vice-capo del Consiglio militare al potere. Al-Burhan, tuttavia, difende il gruppo paramilitare e smentisce le accuse che gli sono state mosse. “Ci sono alcuni gruppi che sollevano sospetti sulle RSF (Rapid Support Forces) per cercare di farle uscire dalla scena politica, ma esse sono parte integrante delle nostre forze armate”, ha affermato il capo del governo di transizione. Il Consiglio militare di transizione al potere ha espresso rammarico per i fatti ma ha precisato che aveva ordinato soltanto di liberare un’area, circostante al luogo delle proteste, dove avrebbero operato, secondo le autorità militari, alcuni gruppi criminali.

Le manifestazioni in Sudan, tuttavia, sono iniziate molto tempo prima, il 19 dicembre 2018, e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate continuano a mettere in pericolo la vita dei cittadini sudanesi. In tale contesto, gli analisti sostengono che la rivolta che ha rovesciato al-Bashir rischia di perdere gli obiettivi di libertà e democrazia che si prefiggeva di raggiungere.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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