Libia: Consiglio Sicurezza Onu invoca tregua, Turchia appoggia governo tripolino

Pubblicato il 6 luglio 2019 alle 12:39 in Libia Turchia

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Attraverso un comunicato, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha esortato le fazioni in campo nel conflitto libico a stipulare una tregua, e ha condannato gli attacchi diretti contro i centri di accoglienza per i migranti. La Turchia si è detta dello stesso avviso, e ha ribadito il suo supporto al governo di Tripoli.

Nella dichiarazione congiunta, pubblicata nella giornata di venerdì 5 luglio, si legge: “I membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno evidenziato il bisogno, per tutte le parti in causa, di far urgentemente scemare le tensioni e impegnarsi per raggiungere un cessate-il-fuoco”. Nel messaggio, l’organismo internazionale ha ribadito anche che una pace duratura e una stabilità in Libia potranno essere garantite soltanto attraverso una soluzione politica, e ha fatto appello ai Paesi terzi a non intervenire nel conflitto, in quanto si correrebbe il rischio di esacerbare ulteriormente le tensioni. I 15 membri del Consiglio  hanno poi richiesto da tutti i Paesi il pieno rispetto dell’embargo delle armi nella nazione nordafricana. Infine, il comunicato si è focalizzato sulla grave situazione umanitaria libica, la quale sta progressivamente peggiorando; pertanto, il Consiglio di Sicurezza ha richiesto a tutti i soggetti interessati di consentire il libero accesso delle organizzazioni umanitarie sul campo, e si è detto preoccupato in merito alle condizioni di vita nei centri di detenzione per i migranti, i quali, ha ricordato, sono responsabilità diretta del governo libico.

Si tratta della prima dichiarazione congiunta rilasciata dalle Nazioni Unite da quando il generale Khalifa Haftar, uomo forte del governo di Tobruk e capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), ha lanciato l’offensiva diretta contro Tripoli, capitale del Governo di Accordo Nazionale internazionalmente riconosciuto, il 4 aprile. Tale offensiva è ancora in corso, e il governo della capitale, presieduto dal premier Fayez al-Serraj, ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, iniziata il 7 aprile e finalizzata ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime. Il comunicato del Consiglio di Sicurezza ha fatto seguito al raid aereo di giovedì 4 luglio contro il centro di detenzione di Tajoura. L’organismo dell’Onu si era già riunito nella giornata di mercoledì 3 luglio, ma, secondo quanto spiegato da alcuni diplomatici in seno all’organizzazione, non era riuscito a rilasciare una dichiarazione, la quale richiede il consenso all’unanimità, in quanto gli Stati Uniti non avevano dato la loro approvazione. A ogni modo, il comunicato pubblicato venerdì, a detta delle medesime fonti, è pressoché invariato rispetto al messaggio proposto due giorni prima.

In questo contesto, nella medesima giornata di mercoledì 3 luglio, durante un incontro con il premier tripolino a Istanbul, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha esortato alla cessazione degli “attacchi illegittimi” delle forze di Haftar, rinnovando il suo sostegno al Governo di Accordo Nazionale. Ciò fa seguito all’accusa, rivolta dall’Esercito Nazionale Libico ad Ankara, di essere attivamente coinvolta nei combattimenti, e di aver prestato concretamente aiuto al governo di Tripoli nella conquista della cittadina di Gharyan, situata circa 100 km a sud-ovest della capitale. 

L’attacco aereo di giovedì 4 luglio contro il centro di detenzione per i migranti in Libia ha causato la morte di almeno 44 persone, tra cui 6 bambini. Il governo di Tripoli accusa le forze del generale Khalifa Haftar o uno dei suoi alleati internazionali di essere responsabili dell’aggressione. Dall’altra parte, il comandante della Cirenaica ha negato ogni coinvolgimento e ha affermato che i suoi uomini attaccano solo postazioni militari. Già a giugno l’organizzazione Medici Senza Frontiere aveva lanciato un appello: chiudere i centri di detenzione e realizzare più corridoi umanitari. Dopo l’avvenimento il ministro dell’Interno libico, Fathi Bashagha, ha comunicato che il governo tripolino sta prendendo in considerazione l’idea di chiudere i centri di detenzione e rilasciare tutti i migranti per garantire loro protezione dopo l’attacco di martedì 2 luglio a Tajoura, nei pressi della capitale.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, Al Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

 

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Consultazione delle fonti inglesi e redazione a cura di Claudia Castellani

di Redazione

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