Libia: centri di detenzione insicuri, i migranti vanno rilasciati

Pubblicato il 6 luglio 2019 alle 6:19 in Africa Libia

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Il ministro dell’Interno libico, Fathi Bashagha, ha comunicato che il suo governo, stanziato a Tripoli, sta prendendo in considerazione l’idea di chiudere i centri di detenzione e rilasciare tutti i migranti per garantire loro protezione dopo l’attacco di martedì 2 luglio a Tajoura, nei pressi della capitale.

In un incontro con il coordinatore umanitario dell’ONU, Maria Ribeiro, Bashagha ha sottolineato che le autorità sono responsabili della sicurezza di tutti i civili, compresi gli immigrati clandestini, ma, al momento, non sono in grado di proteggerli adeguatamente a causa dei bombardamenti contro i loro centri. Ribeiro ha anche incontrato il vice-ministro dell’Interno per l’Immigrazione clandestina, Mohammed Al-Shibani, e ha discusso con lui delle conseguenze dell’attacco a Tajoura. I due hanno anche esaminato le condizioni dei migranti feriti, circa 130, e la necessità di trasferire i sopravvissuti, che dovrebbero essere almeno 300, in luoghi più sicuri.

Nel frattempo, il Ministero della Giustizia ha condannato i continui attacchi contro i civili compiuti sul territorio della Libia e ha deplorevole il bombardamento aereo sul centro di detenzione dei migranti, situato non lontano da Tripoli. Sono state promesse indagini sulle violazioni commesse in coordinamento con le autorità locali e internazionali e sono state esortate le organizzazioni umanitarie a collaborare con la Libia per il rimpatrio dei migranti. Il Ministero ha anche sottolineato la necessità di insediare alcuni migranti vulnerabili in Paesi terzi, dal momento che la Libia sta attraversando condizioni di sicurezza particolarmente fragili, che gli impediscono di essere un rifugio sicuro per queste persone.

L’attacco aereo contro il centro di detenzione per i migranti in Libia ha causato la morte di almeno 44 persone, tra cui 6 bambini. Il governo di Tripoli accusa le forze del generale Khalifa Haftar o uno dei suoi alleati internazionali di essere responsabili dell’aggressione. Dall’altra parte, il comandante della Cirenaica ha negato ogni coinvolgimento e ha affermato che i suoi uomini attaccano solo postazioni militari. Già a giugno l’organizzazione Medici Senza Frontiere aveva lanciato un appello: chiudere i centri di detenzione e realizzare più corridoi umanitari.

Circa 6.000 migranti provenienti da Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan e altri Paesi africani sono rinchiusi in dozzine di strutture di detenzione in Libia. Tali strutture sono in mano ai gruppi armati libici, i quali non tutelano in alcun modo le persone detenute. I migranti in Libia vivono in condizioni pessime, sono soggetti a torture e abusi, secondo i testimoni che sono passati per tali strutture. A questo si aggiunge la situazione estremamente critica del Paese. Il capo dell’LNA e uomo forte del governo di Tobruk, Haftar, il 4 aprile, ha iniziato un assalto a Tripoli, dove le offensive sono ancora in corso. Le autorità tripoline, con a capo il premier Fayez Serraj, hanno risposto all’attacco di Haftar, il 7 aprile, con l’operazione “Vulcano di Rabbia”. Dal momento che Tripoli, a causa del conflitto in corso, non costituisce un luogo sicuro e adatto per ospitare i migranti, la UN Refugee Agency ha chiesto alla comunità internazionale di effettuare ulteriori evacuazioni dalla capitale. Nel solo mese di maggio 2019, secondo le stime dell’agenzia, la Guardia Costiera libica ha soccorso in mare 1.224 migranti che ha poi riportato in tale situazione.

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Chiara Gentili

di Redazione

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