Gibilterra: petroliera sospettata di violare sanzioni UE sulla Siria

Pubblicato il 4 luglio 2019 alle 12:47 in Europa Siria

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La Marina Reale britannica e le autorità di Gibilterra hanno fermato una superpetroliera sospettata di trasportare petrolio greggio in Siria, in violazione delle sanzioni imposte al Paese dall’Unione Europea.

La notizia è stata riferita il 4 luglio dal governo di Gibilterra. La petroliera Grace 1 è stata bloccata nella mattinata dello stesso giorno dalla polizia locale e dall’agenzia doganale, sostenute da un distaccamento della Marina britannica. In una dichiarazione, il governo di Gibilterra ha dichiarato di avere ragionevoli motivi per credere che la nave stesse trasportando un carico di petrolio greggio verso la raffineria di Banyas, in Siria. “Quella raffineria è di proprietà di un’entità soggetta alle sanzioni dell’Unione Europea contro la Siria”, ha comunicato il primo ministro di Gibilterra, Fabian Picardo.

Una mappatura del percorso dell’imbarcazione indica che la nave è partita dall’Iran. Se fosse confermato che il greggio trasportato è iraniano, il tentativo di consegna in Siria rappresenterebbe anche una violazione delle sanzioni statunitensi sulle esportazioni di petrolio iraniane. I dati di mappatura, riferiti dal quotidiano Al-Jazeera English, mostrano che la nave ha percorso un itinerario molto lungo, circumnavigando l’Africa, invece di attraversare il Canale di Suez, in Egitto. Le precedenti informazioni disponibili sull’imbarcazione Grace 1 risalivano a dicembre, quando la nave si trovava in Iraq. Questa è poi ricomparsa nei pressi del porto iraniano di Bandar Assaluyeh, a pieno carico.

Le sanzioni dell’UE contro la Siria sono state adottate il primo dicembre 2011 e sono soggette a revisioni annuali. Altri pacchetti di sanzioni includono un embargo sul petrolio siriano, restrizioni agli investimenti e un blocco delle attività delle banche centrali siriane all’interno dell’Unione Europea. Le conseguenze delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea sulla Siria rappresentano un ostacolo importante alla ricostruzione dello Stato mediorientale, poiché impediscono a terzi di investire nel Paese e contribuirne alla rinascita.

Da quando è iniziata la guerra civile, il 15 marzo 2011, la Siria è stata testimone di una vasta distruzione e della fuga di migliaia di lavoratori. Secondo le Nazioni Unite, il conflitto è costato al Paese circa 388 miliardi di dollari. Per quanto riguarda la ricostruzione, Russia, Iran e Cina, alleate del presidente siriano, Bashar al-Assad, hanno fatto alcuni investimenti nello Stato, ma non possono permettersi di affrontare l’intero costo della ricostruzione. Pertanto, tali governi vorrebbero che il peso di tali attività venisse condiviso. Tuttavia, i Paesi occidentali hanno dichiarato che non approveranno fondi per la Siria né allenteranno le sanzioni fino a quando non verrà trovato un accordo politico per risolverne la situazione.

Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti sulla Siria sono precedenti al conflitto civile, ma sono state estese dopo il giro di vite da parte di Assad contro le proteste del 2011 e dopo lo scoppio della guerra nel Paese. Tali restrizioni hanno congelato i patrimoni dello Stato siriano, di centinaia di compagnie e di individui, comprese personalità del governo, dell’esercito, del personale di sicurezza e altri accusati di essere coinvolti nella manifattura o nell’utilizzo di armi chimiche. Inoltre, Washington ha imposto un divieto sull’esportazione, gli investimenti, la vendita o la fornitura di servizi in Siria da parte di qualsiasi individuo statunitense. È proibito altresì il commercio di idrocarburi e petrolio siriano o la loro importazione negli Stati Uniti.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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