Netanyahu chiede ai Paesi europei di sanzionare l’Iran

Pubblicato il 3 luglio 2019 alle 9:28 in Europa Israele

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Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha invitato gli Stati europei a imporre sanzioni all’Iran, dopo che Teheran ha comunicato di aver superato il limite di riserve di uranio bassamente arricchito che era previsto dall’accordo sul nucleare.  

“Vi siete impegnati ad agire non appena l’Iran avesse violato l’accordo nucleare”, ha dichiarato il premier. “Quindi vi dico: fatelo, fatelo e basta”, ha aggiunto. L’annuncio di Teheran è arrivato lunedì 1° luglio e ha segnato un importante passo oltre i termini del patto sul nucleare, da quando gli Stati Uniti si sono unilateralmente ritirati dall’intesa, l’8 maggio 2018. L’agenzia di stampa iraniana IRNA ha riferito che le scorte di uranio arricchite della Repubblica Islamica hanno superato il limite di 300 kg consentito dall’accordo. Tuttavia, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha dichiarato che quella iraniana non può essere considerata una violazione dell’accordo, sostenendo che il Paese sta esercitando un proprio diritto. 

Israele, alleato degli Stati Uniti e acerrimo rivale regionale della Repubblica Islamica ha reagito immediatamente a tali eventi. “Israele non permetterà all’Iran di sviluppare un’arma nucleare”, ha affermato Netanyahu il 1° luglio. “Sto anche parlando con tutti i Paesi europei, dicendogli di onorare i propri impegni”, ha aggiunto. “Vi siete impegnati a attivare il meccanismo automatico di sanzioni stabilito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU”, ha concluso il premier. Netanyahu ha fatto una lunga campagna contro il Joint Comprehension Plan of Action (JCPA). Tale accordo era stato firmato il 14 luglio 2015 a Vienna da Iran, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania.

L’intesa prevedeva la revoca delle sanzioni internazionali imposte alla Repubblica Islamica, in cambio dell’impegno di quest’ultima a limitare il suo programma nucleare. Secondo l’amministrazione Trump, tuttavia, l’accordo non è riuscito a privare l’Iran dei mezzi necessari per sviluppare un’arma atomica e nemmeno ad interrompere la sua ingerenza sui Paesi vicini del Medio Oriente. Quando presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è ritirato dall’accordo sul nucleare, l’8 maggio 2018, ha reimposto le sanzioni sul Paese, che sono entrate in vigore il 7 agosto e hanno colpito 3 importanti settori dell’economia iraniana: quello siderurgico, quello automobilistico e quello finanziario.

In particolare, le misure restrittive limitano l’accesso alle materie prime e alle parti essenziali e colpiscono le transazioni in dollari, rial, oro e metalli preziosi. Per superare tale problema, il 31 gennaio 2019, Germania, Francia e Gran Bretagna avevano stabilito un meccanismo europeo per facilitare il commercio con l’Iran, non basato sui dollari. Il suo nome era INSTEX, Strumenti di Supporto per gli Scambi Commerciali, e aveva lo scopo di consentire scambi con Teheran nonostante le limitazioni americane. Tuttora, tale meccanismo non è ancora operativo poiché l’Iran non è ancora riuscito a completare una serie di passaggi necessari al suo funzionamento.

Il clima di tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran diventa sempre più pericoloso. Giovedì 20 giugno, Trump  aveva ordinato un attacco contro l’Iran, in risposta all’abbattimento di un drone americano nello Stretto di Hormuz, avvenuto lo stesso giorno, ma poche ore prima del lancio dell’operazione, venerdì 21 giugno, aveva poi cambiato idea e deciso di annullare l’offensiva, spiegando su Twitter che non intendeva causare vittime sul suolo iraniano. Teheran si era difeso sostenendo che il drone si trovasse nello spazio aereo iraniano e volasse sopra la provincia meridionale di Hormozgan, vicino allo strategico Stretto, tuttavia Washington ha continuato a rigettare la versione iraniana e ha ribadito che il velivolo stava attraversando un’area compresa nello spazio aereo internazionale.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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