Libia: attacco aereo uccide almeno 44 migranti in un centro di detenzione

Pubblicato il 3 luglio 2019 alle 11:16 in Immigrazione Libia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Un attacco aereo ha colpito un centro di detenzione per i migranti in Libia, causando la morte di almeno 44 persone, tra cui 6 bambini. Fa eco l’appello di giugno di Medici Senza Frontiere: i centri vanno chiusi e i corridoi umanitari non sono sufficienti. 

La notizia viene riportata dalla stampa internazionale, che cita Malek Merset, portavoce del Ministero della Salute del governo di Tripoli. Altri 80 migranti sono stati feriti nell’attacco che si è verificato a Tagiura, a Est della capitale. Merset ha poi pubblicato una foto dei migranti feriti che venivano portati negli ospedali in ambulanza. In una dichiarazione, il governo di Tripoli ha accusato dell’attacco l’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar. Interrogati sulla questione, i portavoce dell’LNA non hanno risposto all’accusa. 

Circa 6.000 migranti provenienti da Eritrea, Etiopia, Somalia, Sudan e altri Paesi africani sono rinchiusi in dozzine di strutture di detenzione in Libia. Tali strutture sono in mano ai gruppi armati libici, i quali non tutelano in alcun modo le persone detenute. I migranti in Libia vivono in condizioni pessime, sono soggetti a torture e abusi, secondo i testimoni che sono passati per tali strutture. Secondo quanto ha riferito Al-Jazeera, a marzo di quest’anno, a causa di un tentativo di fuga, 30 migranti, tra cui alcuni bambini, erano stati rinchiusi in una cella sotterranea e brutalmente torturati. Tale informazione è stata confermata dall’International Rescue Committee, l’organizzazione che fornisce assistenza medica all’interno del centro di detenzione di Triq al Sikka.

Il 4 giugno, Medici Senza Frontiere (MSF) aveva lanciato un appello all’Italia e all’Europa e aveva chiesto lo smantellamento immediato del sistema dei centri di detenzione in Libia e si arrivi ad attuare un meccanismo di ricerca e soccorso in mare adeguato. È quanto aveva dichiarato il capomissione di MSF per la Libia, Sam Turner, di ritorno da Tripoli, durante una conferenza stampa a Roma“A due mesi di distanza dall’inizio del conflitto a Tripoli, non cessa l’emergenza umanitaria in Libia, dove i combattimenti hanno interessato 10.000 persone, di cui 3.000 migranti e rifugiati che sono bloccati nei centri di detenzione vicino alla linea del fronte”, aveva chiarito Turner, il quale aveva aggiunto che, lavorando in Libia a capo della missione di MSF, lui e il suo staff avevano potuto documentare le difficili condizioni degli stranieri. A loro avviso, tali luoghi non sono adatti per viverci, in quanto non ci sono né acqua potabile né cibo a sufficienza, accompagnati da condizioni igieniche “terribili”.

Alla conferenza stampa era presente anche il capomissione di MSF a Misurata e Khoms, Julien Raickman, il quale ha riferito che in Libia, nell’area di Misurata, sono presenti strutture dove i migranti, tra cui bambini, vivono in meno di uno spazio angusto, circa un metro quadrato a persona. Oltre al rischio di epidemie, lo staff teme per la salute mentale dei detenuti, i quali sono costretti a vivere in tali condizioni per mesi e, talvolta, per anni. Nonostante MSF riconosca l’impegno di alcuni governi, tra cui quello italiano, nell’organizzare corridoi umanitari per far giungere in Italia ed in altri Paesi europei i migranti in maniera legale, tale misura, al momento, ha riguardato un numero troppo limitato di persone, pari a circa 300 nell’ultimo anno. Questo quadro preoccupante, dichiara MSF, conferma “il fallimento dei Paesi europei e delle istituzioni nel gestire la situazione in Libia”. Alla luce di ciò, l’organizzazione umanitaria chiede all’Italia e all’Europa di intervenire per smantellare immediatamente i centri di detenzione libici.

A questa situazione si aggiunge la situazione estremamente critica del Paese. Il capo dell’LNA e uomo forte del governo di Tobruk, Haftar, il 4 aprile, ha iniziato un assalto a Tripoli, dove le offensive sono ancora in corso. Le autorità tripoline, con a capo il premier Fayez Serraj, hanno risposto all’attacco di Haftar, il 7 aprile, con l’operazione “Vulcano di Rabbia”. Dal momento che Tripoli, a causa del conflitto in corso, non costituisce un luogo sicuro e adatto per ospitare i migranti, la UN Refugee Agency ha chiesto alla comunità internazionale di effettuare ulteriori evacuazioni dalla capitale. Nel solo mese di maggio 2019, secondo le stime dell’agenzia, la Guardia Costiera libica ha soccorso in mare 1.224 migranti che ha poi riportato in tale situazione.

Scarica l’app gratuita di Sicurezza Internazionale da Apple Store o Google Play

Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.