Hong Kong: preso palazzo del Legislativo, la condanna di Pechino

Pubblicato il 3 luglio 2019 alle 10:59 in Asia Hong Kong

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I manifestanti di Hong Kong sono riusciti a fare irruzione nella sede del Consiglio Legislativo dell’isola nei giorni in cui si celebra il ritorno di Hong Kong sotto la giurisdizione della Cina. Si tratta di un picco massimo raggiunto dopo settimane di proteste, iniziate tra la fine di maggio e il 9 giugno scorso, in opposizione all’emendamento alla legge sull’estradizione in dibattito presso il Consiglio.

L’emendamento è stato poi sospeso dalla governatrice dell’isola, Carrie Lam, ma le proteste sono continuate con la richiesta di dimissioni proprio della Chief Executive e del suo team ritenuti dai manifestanti troppo vicini al governo centrale di Pechino. L’emendamento sull’estradizione avrebbe comportato, se approvato, una maggiore facilità di estradizione verso la Cina Continentale su decisione caso per caso con potere decisionale in mano alla governatrice stessa.

Dopo giorni di proteste più o meno pacifiche e di assedio al quartier generale della Polizia, i manifestanti hanno preso d’assalto il palazzo del Consiglio Legislativo, lunedì 1 luglio, mentre le autorità si apprestavano a festeggiare, al chiuso per ragioni di sicurezza, l’anniversario della fine dello stato di colonia britannica e il ritorno sotto l’autorità della Cina dell’isola di Hong Kong. Le forze dell’ordine dell’isola, che non avevano agito contro i manifestanti nei giorni scorsi, sono dovute intervenire in un tentativo di disperdere la folla ricorrendo anche all’uso di spray al peperoncino.

L’attacco al Consiglio Legislativo sembra sia stato organizzato in modo diverso rispetto alle altre proteste dei giorni precedenti da un gruppo di circa 30 estremisti che nella giornata di martedì ha iniziato a far proseliti chiedendo ai manifestanti se fossero pronti a optare per maniere “più forti”, secondo quanto riportato da un’indagine sul campo del South China Morning. L’attacco, condotto nella notte tra lunedì 1 e martedì 2 luglio è stato sedato dall’intervento delle forze dell’ordine che hanno dovuto affrontare sia una ampia manifestazione sulle strade di Wan Chai che gli estremisti riusciti a fare breccia nel palazzo dell’Esecutivo senza troppe difficoltà, visto che la maggioranza delle forze di sicurezza erano schierate a Wan Chai per tenere sotto controllo la manifestazione di respiro più ampio.

La governatrice Carrie Lam, in una dichiarazione diffusa nella notte, ha condannato fortemente le azioni dei manifestanti e le ha definite “rivolte che causano un serio danno alla sicurezza pubblica” e che sono “atti violenti inaccettabili per la società.” Per motivi di sicurezza, le celebrazioni previste per il ritorno alla Cina di Hong Kong di lunedì 1 luglio si sono svolte a porte chiuse e nel suo discorso Carrie Lam ha fatto ammenda per aver “gestito male” la proposta di emendamento alla legge sull’estradizione, invece del previsto discorso sullo sviluppo positivo dell’isola dopo la fine del suo status di colonia britannica e il rientro sotto la sovranità cinese.

Il governo di Pechino ha condannato le azioni violente dei manifestanti e il portavoce sia dell’Ufficio per le Regioni Speciali di Hong Kong e Macao che quello del Ministero degli Esteri hanno ribadito la fiducia del governo cinese nei confronti delle autorità e delle forze di polizia dell’isola per la gestione delle proteste. Il Ministero degli Esteri ha ricordato ancora una volta che Hong Kong dal 1997 è parte integrante della Cina, per questo quanto accade sull’isola è affare interno cinese e nessun Paese – con riferimento, indiretto, al Regno Unito particolarmente attento a quanto accade ad Hong Kong – deve fare ingerenza.

La Cina ha ribadito altresì l’importanza del principio “un Paese, due Sistemi” utilizzato dal 1997 per la gestione di Hong Kong che alla fine della concessione britannica – ottenuta con i trattati ineguali alla fine delle Guerre dell’Oppio del diciannovesimo secolo – è divenuta una Regione Amministrativa Speciale della Cina. Il principio “un Paese, due sistemi” afferma l’unità di Cina e Hong Kong, ma ribadisce la continuità di due sistemi legislativi e giuridici diversi per le due realtà. Hong Kong ha mantenuto la sua legge costituzionale mutuata dal diritto anglosassone e maggiori libertà democratiche, come quella di parola, di manifestazione e di aggregazione sconosciute in Cina.

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Ilaria Tipà, Interprete di cinese e inglese

di Redazione

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