EAU accusati di aver inviato armi USA in Libia

Pubblicato il 3 luglio 2019 alle 18:06 in Emirati Arabi Uniti Libia USA e Canada

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Il senatore americano, Robert Menendez, ha chiesto un’indagine sulla spedizione di armamenti statunitensi dagli Emirati Arabi Uniti (EAU) alla Libia, per sostenere il generale Haftar. Gli EAU hanno negato di aver mai effettuato una simile transazione.  

In una lettera inviata il 2 luglio al Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, il senatore Menendez ha chiesto spiegazioni sugli accordi sulle armi con gli Emirati Arabi Uniti. La risposta ufficiale dovrebbe arrivare entro il 15 luglio. Gli EAU hanno negato totalmente le accuse, che erano state lanciate dal New York Times, il 28 giugno. Il giornale americano ha affermato che i contrassegni sui missili indicavano che questi erano stati venduti agli Emirati Arabi Uniti nel 2008 da Washington. “Sicuramente lei è consapevole che se queste accuse si rivelassero veritiere potreste essere obbligati per legge a cessare tutte le vendite di armi agli Emirati Arabi”, ha scritto Menendez a Pompeo. Il senatore ha poi avvertito che il trasferimento di tali armi in Libia rappresenterebbe una “grave violazione” della legge statunitense e “quasi certamente” dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite sulla Libia.

Menendez ha scritto, poi, che il presunto trasferimento di armi in Libia è stato “particolarmente allarmante” poiché è arrivato poco dopo che l’amministrazione del presidente USA, Donald Trump, aveva scavalcato il Congresso per approvare 8,1 miliardi di dollari in vendite di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti. “Prendiamo molto sul serio tutte le accuse di uso improprio di materiale per la difesa di origine statunitense: siamo a conoscenza di questi rapporti e stiamo cercando ulteriori informazioni”, ha risposto un portavoce del Dipartimento di Stato, in condizione di anonimato. “Ci aspettiamo che tutti i destinatari delle apparecchiature USA si attengano ai loro obblighi di utilizzo”, ha poi aggiunto.

Alcuni ufficiali del governo tripolino avevano rivelato di aver confiscato armi straniere, il 26 giugno, dopo che le milizie che sostengono il premier di Tripoli, Fayez al-Serraj, avevano conquistato la cittadina strategica di Gharyan, situata a Sud-Est della capitale. Gharyan era una base molto importante dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), dove le milizie tenevano armi, unità militari e munizioni. È lì che ha avuto inizio la campagna delle forze orientali. Tra le armi rinvenute, figurano i Javelin, sofisticati missili anticarro di costruzione statunitense, e avanzati proiettili da artiglieria cinesi a guida laser. Oltre a ciò, sono stati recuperati numerosi droni militari.

Secondo quanto inciso sui missili Javelin, essi appartenevano originariamente alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali alleati di Haftar insieme all’Egitto. Già in passato, alcuni rapporti delle Nazioni Unite avevano reso noto che entrambi questi Paesi avevano rifornito l’Esercito Nazionale Libico (LNA) a partire dal 2014. Oded Berkowitz, analista strategico israeliano e vice responsabile dei servizi segreti presso la società di consulenza MAX, a tale riguardo, ha affermato che si tratta della prima volta che i Javelin vengono rinvenuti nel conflitto in Libia. L’uomo ha commentato che, per quanto si tratti di armi estremamente avanzate, non costituiscono, a suo dire, una chiave di svolta per il conflitto regionale. Piuttosto, il fattore rilevante sarebbe il fatto che i sistemi americani venduti agli Emirati siano stati consegnati a una terza parte; ciò potrebbe spingere Washington a schierarsi contro Abu Dhabi e, conseguentemente, contro al supporto emiratino all’LNA.

Il generale Khalifa Haftar, dopo aver preso parte alle rivolte contro l’ex dittatore Muammar Gheddafi, è emerso nel maggio 2014 al momento del lancio dell’Operation Dignity, un’offensiva per liberare la Libia ed eliminare tutti gruppi armati e i militanti estremisti. Dopo una rapida avanzata da Est verso i territori meridionali, Haftar è risalito a Nord e ha conquistato Gharyan il 2 aprile, due giorni prima dell’operazione contro la capitale, dove è situato il Governo di Accordo Nazionale. L’attacco contro Tripoli è stato sferrato il 4 aprile e l’offensiva è ancora in corso. Da parte sua, il governo della capitale, presieduto da Fayez al-Serraj, ha risposto con l’operazione “Vulcano di rabbia”, iniziata il 7 aprile e finalizzata ad “eliminare da tutte le città libiche gli aggressori e le forze illegittime”, oltre a difendere la capitale dall’avanzata dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar (LNA). 

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto dall’Onu. Dall’altro lato, il governo di Tobruk, con il generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). Il governo di Tobruk riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia e Francia. In particolare, il Cairo, Riad ed Abu Dhabi sostengono militarmente ed economicamente le forze dell’esercito di Haftar. Il Qatar e la Turchia appoggiano, invece, il governo riconosciuto a livello internazionale.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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