Sudan: i manifestanti tornano in piazza, almeno 7 morti

Pubblicato il 1 luglio 2019 alle 9:15 in Africa Sudan

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Almeno 7 manifestanti sono stati uccisi e oltre 180 sono rimasti feriti nelle proteste in Sudan, note come “la marcia dei milioni”, che sono tornate in piazza domenica 30 giugno.

È stata la prima volta che decine di migliaia di persone hanno ripreso a protestare, da quando le forze di sicurezza sudanesi avevano causato la morte di oltre 100 persone, nella sanguinosa repressione delle manifestazioni, messa in atto il 3 giugno fuori dal quartier generale dell’esercito. Le persone in piazza sono state intervistate da Al Jazeera e hanno riferito che c’è stata una “grande affluenza” alle proteste nella capitale, Khartoum, nonostante l’accesso ad internet nel Paese sia limitato. Tuttavia, la repressione continua ad essere dura. “La gente dice che i militari e la polizia antisommossa usano gas lacrimogeni, munizioni vere e granate stordenti per cercare di disperdere la folla”, ha raccontato un reporter dell’emittente araba.

L’agenzia di stampa statale, SUNA, ha riferito, la sera del 30 giugno, che il bilancio delle vittime della giornata di proteste era salito a 7, con 181 feriti, citando un funzionario del ministero della Salute. Il Comitato centrale dei medici sudanesi, che è collegato al movimento di protesta, ha affermato che almeno 5 civili, tra cui 4 nella città gemella di Khartoum, Omdurman, sono stati uccisi. “Ci sono molti feriti gravi a causa dell’utilizzo di proiettili veri da parte delle forze armate”, ha aggiunto il Comitato. All’inizio della giornata, era stato riferito che 1 manifestante era stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco a Atbara, il luogo dove era nata la rivolta che ha portato alla rimozione del presidente al-Bashir.

Il ritorno alle proteste di domenica 30 giugno testimoniano la risolutezza dei manifestanti sudanesi. Dopo i fatti violenti del 3 giugno, era iniziata una campagna di disobbedienza civile, che si è conclusa sei giorni dopo, il 9 giugno. Secondo l’Unione dei medici del Paese, anche il bilancio di quella settimana è stato tragico: circa 118 morti. I manifestanti e i gruppi per la difesa dei diritti umani sostengono che le violenze siano opera soprattutto delle temute Forze paramilitari di supporto rapido, comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, vice-capo del Consiglio militare al potere. Al-Burhan, tuttavia, difende il gruppo paramilitare e smentisce le accuse che gli sono state mosse. “Ci sono alcuni gruppi che sollevano sospetti sulle RSF (Rapid Support Forces) per cercare di farle uscire dalla scena politica, ma esse sono parte integrante delle nostre forze armate”, ha affermato il capo del governo di transizione. Il Consiglio militare di transizione al potere ha espresso rammarico per i fatti ma ha precisato che aveva ordinato soltanto di liberare un’area, circostante al luogo delle proteste, dove avrebbero operato, secondo le autorità militari, alcuni gruppi criminali.

Le manifestazioni in Sudan, tuttavia, sono iniziate molto tempo prima, il 19 dicembre 2018, e in pochi mesi hanno portato al rovesciamento dell’ex presidente Omar al-Bashir, l’11 aprile 2019.  Il leader sudanese è stato rimosso, dopo 30 anni al potere, grazie all’intervento delle forze armate. A seguito di tale evento, l’esercito del Paese ha dichiarato l’instaurazione di un governo militare di transizione, con a capo Al-Burhan. Da allora i manifestanti nelle strade della capitale hanno continuato a protestare, per chiedere che fosse lasciato il posto ad un esecutivo civile. Nonostante si sia più volte tentato di avviare un dialogo, i colloqui si sono sempre interrotti a causa di un mancato accordo sulla composizione del futuro governo. Durante le proteste, le forze armate continuano a mettere in pericolo la vita dei cittadini sudanesi. In tale contesto, gli analisti sostengono che la rivolta che ha rovesciato al-Bashir rischia di perdere gli obiettivi di libertà e democrazia che si prefiggeva di raggiungere.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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