Libia: rilasciati 6 cittadini turchi detenuti dalle milizie di Haftar

Pubblicato il 1 luglio 2019 alle 18:24 in Libia Turchia

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Sei cittadini turchi, detenuti in Libia dalle forze fedeli al generale Khalifa Haftar, sono stati rilasciati, secondo quanto ha riportato il ministero degli Esteri turco.

La notizia è stata riferita lunedì 1°luglio, un giorno dopo che la Turchia aveva minacciato le milizie libiche di Haftar che avrebbe messo in atto importanti ritorsioni militari, se i cittadini turchi non fossero stati liberati. Una reporter di Al-Jazeera ha riferito che i cittadini turchi sono stati rilasciati e portati all’aeroporto Sidr, nella città di Ajdabiya, a ovest di Bengasi. Questi lavoravano su una nave di proprietà di un cittadino della Libia, prima di finire nelle mani dell’Esercito Nazionale Libico (LNA). “I marinai non torneranno in Turchia, continueranno a lavorare lì, quindi tutto sembra andar bene, e le fonti del ministero della Difesa hanno sottolineato che non c’era personale militare tra i prigionieri, come avevano falsamente riferito i media pro-Haftar” ha dichiarato la giornalista di Al-Jazeera. “Sono state portate aventi attività diplomatiche riservate tra la Turchia e i leader tribali libici. Ankara ha fatto in modo che Haftar avesse 72 ore per rilasciare i cittadini turchi. E da quando è accaduto tale incidente, si sono tenuti 3 incontri dei vertici di sicurezza ad Ankara”, ha aggiunto.

Il 23 giugno, il ministero degli Esteri turco aveva denunciato il sequestro dei 6 cittadini turchi. In tale occasione, Ankara aveva avvertito che l’LNA sarebbe diventato “obiettivo legittimo” se queste persone non fossero state rilasciate immediatamente. Da parte sua, l’esercito fedele al generale Haftar aveva riferito di aver arrestato solamente 2 turchi nella città petrolifera nord-orientale di Ajdabiya. Queste dichiarazioni si sono rivelate false, al momento del rilascio dei 6 detenuti. Tali eventi si verificano in un clima estremamente teso tra Ankara e il generale Haftar. Domenica 30 giugno, il ministro della Difesa turco aveva dichiarato ai media statali: “Il prezzo da pagare sarà molto alto in caso di atteggiamenti ostili o attacchi, ci vendicheremo nel modo più efficace e forte”. Il ministro turco, Hulusi Akar, ha rilasciato tali dichiarazioni durante la sua visita in Giappone, dove si è recato per il vertice del G20. Akar ha poi aggiunto che gli sforzi della Turchia in Libia hanno cercato di “contribuire alla pace e alla stabilità della regione”. Poi è tornato sulla questione degli attacchi e ha aggiunto: “Dovrebbe essere noto che abbiamo preso tutti i tipi di precauzioni per affrontare qualsiasi minaccia contro la Turchia”.

Nonostante tali avvertimenti, lunedì 1° luglio, il capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) ha riferito che la sua aviazione ha distrutto un drone turco presso l’Aeroporto Internazionale Mitiga. “I nostri caccia hanno preso di mira e distrutto un velivolo turco Bayraktar mentre stava decollando”, ha comunicato l’LNA in una dichiarazione, condivisa su Facebook. “Il velivolo era stato preparato per colpire le posizioni delle nostre forze armate”, si legge nel post. Haftar aveva ordinato ai suoi combattenti di attaccare le navi e gli interessi turchi nel Paese, venerdì 28 giugno. “Sono stati dati ordini alle forze aeree di prendere di mira navi e imbarcazioni turche nelle acque territoriali libiche”, aveva dichiarato il generale Ahmad al-Mesmari, capo dell’LNA fedele al governo di Tobruk. “I siti strategici turchi, le società e i progetti appartenenti allo stato turco sono considerati obiettivi legittimi dalle forze armate”, ha poi aggiunto.

In Libia, Ankara sostiene il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli e ha fornito droni e veicoli alle forze alleate al primo ministro tripolino, Fayez al-Serraj.  Tali armamenti sono stati utilizzati per respingere la campagna di Haftar, lanciata dal generale contro Tripoli, il 4 aprile e ancora in corso. In tale situazione, al-Serraj ha lanciato l’operazione “Vulcano di rabbia”, il 7 aprile. Dal 4 aprile ad oggi, gli scontri di Tripoli hanno causato la morte di 691 persone, tra cui 41 civili, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Il numero dei feriti ammonta a 4.012, di cui 135 sono civili. Inoltre, oltre a circa 94.000 libici sono state costrette ad abbandonare la città, a causa delle violenze.

La Libia vive in una situazione di grave instabilità dal 15 febbraio 2011, data che ha segnato l’inizio della rivoluzione e della guerra civile. Nel mese di ottobre dello stesso anno, il Paese nordafricano ha poi assistito alla caduta del regime del dittatore Muammar Gheddafi, ma da allora non è mai riuscito a raggiungere una transizione democratica e vede tuttora la presenza di due schieramenti. Da un lato, c’è il governo di Tripoli, nato con gli accordi di Skhirat del 17 dicembre 2015, guidato da Fayez al-Serraj e riconosciuto e supportato da ONU, Italia, Qatar e Turchia. Dall’altro lato, ci sono il governo di Tobruk e il generale Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico. Tale fazione riceve il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia. La Francia ha sostenuto Haftar, ma ha poi fatto un passo indietro e ha chiesto una soluzione politica e ha dichiarato di appoggiare il governo di Tripoli.

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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