Immigrazione: i fatti più importanti di giugno 2019

Pubblicato il 1 luglio 2019 alle 6:01 in Approfondimenti Immigrazione

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Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (IOM), nel mese di giugno 2019, sono sbarcati in Europa circa 5.500 migranti, di cui 2.768 in Grecia, 1.422 in Spagna, 691 in Italia, 504 a Malta e 66 a Cipro. Dall’inizio dell’anno, invece, sono giunti in Europa via mare complessivamente 27.542 stranieri. Il Paese che ha accolto il maggior numero di migranti, al momento, risulta essere la Grecia, seguita da Spagna, Italia, Cipro e Malta. Il numero dei morti in mare nei primi sei mesi del 2019, invece, ammonta a 600. Tali cifre costituiscono una diminuzione significativa, soprattutto in termini di sbarchi, rispetto alle cifre dello stesso periodo del 2018, quando arrivarono nei porti europei oltre 58.573 stranieri.

Per quanto riguarda l’Italia, le stime del Ministero dell’Interno indicano che, dal primo gennaio al 30 giugno 2019, sono sbarcati circa 2.600 migranti, cifra che segna una drastica diminuzione rispetto al numero dello scorso anno, quando sono giunti via mare 16.566 stranieri. Le prime cinque nazionalità dei migranti sono tunisina, pakistana, irachena, algerina e ivoriana.

Il mese di giugno 2019 si è aperto con un appello da parte della Croce Rossa Internazionale sulla situazione dei migranti che arrivano in Bosnia. Dall’inizio del 2019, il Paese balcanico ha accolto circa 6.000 tra migranti e rifugiati, secondo quanto riferito dalle agenzie di sicurezza bosniache. I centri di accoglienza, i quali hanno una capienza massima di 3.500 persone, sono sovraffollati, così che molti migranti sono costretti a dormire all’aperto. Indira Kulenovic, per conto della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), ha specificato: “Le persone stanno dormendo nei parchi, nei parcheggi, nei sentieri e all’interno di edifici pericolanti”. In questa situazione, ha affermato la Kulenovic, “lo stress psicologico tra i migranti è molto alto” ed ha aggiunto che “la situazione è spaventosa”.

Il 4 giugno, i vertici dell’Unione Europea e dell’IOM hanno partecipato ad un incontro, al fine di intensificare la partnership in materia di immigrazione. Tale incontro risulta essere il sesto dal 2012, anno di inizio della collaborazione tra UE e IOM. Nell’occasione, il commissario europeo per l’Immigrazione, gli Affari Interni e la Cittadinanza, Dimitris Avramopoulos, ha dichiarato che “l’immigrazione è un fenomeno mondiale che richiede una risposta comprensiva e sinergie a livello globale”. È per tale ragione che è nata la collaborazione con l’Unione Europea, ha continuato il commissario, “elemento chiave del nostro approccio comprensivo in materia di immigrazione”. Da parte sua, il direttore generale dell’IOM, Antonio Vitorino, si è dichiarato orgoglioso di partecipare a tale ricorrenza, e ha confermato che l’IOM ha intenzione di “rafforzare le strutture di collaborazione che i due soggetti hanno già congiuntamente creato”, come il gruppo di lavoro condiviso per la protezione e l’integrazione dei migranti.

Sempre il 4 giugno, Medici Senza Frontiere (MSF) ha lanciato un appello all’Italia e all’Europa per effettuare uno smantellamento immediato del sistema dei centri di detenzione in Libia e per attuare un meccanismo di ricerca e soccorso in mare adeguato. È quanto ha dichiarato il capomissione di MSF per la Libia, Sam Turner, di ritorno da Tripoli, durante una conferenza stampa a Roma. A suo dire, in Libia sono presenti 5.849 persone detenute arbitrariamente, tra cui bambini, minori non accompagnati e donne che, talvolta, sono costrette a partorire all’interno delle strutture senza ricevere l’assistenza necessaria. “A due mesi di distanza dall’inizio del conflitto a Tripoli, non cessa l’emergenza umanitaria in Libia, dove i combattimenti hanno interessato 10.000 persone, di cui 3.000 migranti e rifugiati che sono bloccati nei centri di detenzione vicino alla linea del fronte”, ha chiarito Turner, il quale ha aggiunto che, lavorando in Libia a capo della missione di MSF, lui e il suo staff hanno potuto documentare le difficili condizioni degli stranieri. A loro avviso, tali luoghi non sono adatti per viverci, in quanto non ci sono né acqua potabile né cibo a sufficienza, accompagnati da condizioni igieniche “terribili”.

Il 7 giugno, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, Frontex, ha firmato, insieme all’agenzia per lotta al crimine nell’Unione Europea, Europol, un nuovo Piano di Azione condiviso in materia di sicurezza. Il documento è finalizzato a fornire le linee guida per la collaborazione tra i due enti nei prossimi anni, al fine di migliorare la sicurezza dei cittadini europei. Secondo quanto accordato, l’Europol potrà integrare le proprie indagini e i propri database con le informazioni acquisite da Frontex nel corso delle proprie attività di guardia frontaliera. Parallelamente, Frontex potrà avere a disposizione le informazioni ottenute dall’Europol nel corso delle sue indagini. Tali misure agevoleranno una gestione più efficiente dei confini europei, grazie ad un’azione mirata, e integrata con informazioni provenienti dall’intelligence, finalizzata a contrastare unità criminali e terroriste.

L’11 giugno, un’imbarcazione con a bordo oltre 50 migranti è affondata nel Mar Egeo, nei pressi dell’isola greca di Lesbo, vicina al confine con la Turchia. A seguito dell’accaduto, la Guardia Costiera greca ha recuperato i corpi senza vita di 7 persone, di cui 4 donne e 2 bambini. Lo stesso giorno, il Consiglio dei ministri italiano ha approvato la versione finale del decreto sicurezza bis, introducendo disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica. Secondo quanto riportato sul sito ufficiale del governo, le nuove misure riguardano il contrasto all’immigrazione illegale, il potenziamento dell’efficacia dell’azione amministrativa a supporto delle politiche di sicurezza ed il contrasto alla violenza in ambito delle manifestazioni sportive.

Il 17 giugno, un’imbarcazione con a bordo oltre 30 migranti diretta verso la Grecia è affondata a largo delle coste della Turchia, causando la morte di almeno 8 persone. Stando alle dichiarazioni delle autorità di Ankara, a fronte dei 31 migranti salvati, altri 8 sono stati ritrovati privi di vita all’interno del relitto dell’imbarcazione, che si trovava già 32 metri sotto il livello del mare. Le operazioni di salvataggio hanno coinvolto due imbarcazioni della guardia costiera e una squadra di sommozzatori e a un elicottero.

Il 19 giugno, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha reso noto che il 2018 è stato l’anno in cui è stato registrato il più alto numero di rifugiati nel mondo. In circa settanta anni di attività, per la prima volta l’Agenzia ha dichiarato di aver registrato 70.8 milioni di persone costrette a lasciare il proprio Paese, ovvero 2.3 milioni in più rispetto al 2017. Questo vuol dire, secondo quanto dichiarato dall’UNHCR, che “una persona ogni 108 abitanti del pianeta è scappata dalla guerra, dalle persecuzioni e dai conflitti. Tale cifra, ha dichiarato l’Agenzia, è raddoppiata rispetto al quanto registrato nel ventennio precedente. Secondo le stime dell’Agenzia ONU, la media è di 37.000 nuovi spostamenti al giorno.

Il 21 giugno, un gruppo di 75 migranti è sbarcato in Tunisia dopo aver passato venti giorni in mare, a bordo di una nave commerciale. Tra i migranti ci sono 64 bengalesi, 9 egiziani, un marocchino e ub sudanese. Metà di questi sono minorenni, alcuni non accompagnati. I sopravvissuti sono stati salvati il 31 maggio dalla Maridive 601 e hanno trascorso le successive settimane in mare aperto, poiché non trovavano un porto che li facesse attraccare. La Mezzaluna Rossa tunisina ha riferito che l’autorizzazione a sbarcare nel porto di Zarzis, nella costa meridionale della Tunisia, è stata subordinata all’accettazione del rimpatrio volontario da parte dei migranti.

Il 24 giugno, l’Agenzia europea di sostegno all’asilo (EASO) ha reso noto che il numero di persone in cerca di asilo politico nell’Unione Europea sta aumentando di nuovo a causa del flusso di rifugiati latino-americani. I 28 paesi della UE, più i membri dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA), Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein, hanno registrato oltre 290.000 domande di asilo nei primi cinque mesi del 2019, un aumento dell’11% rispetto allo stesso periodo del 2018. L’aumento è dovuto in parte all’aumento dei venezuelani e di altri richiedenti asilo latinoamericani, particolarmente honduregni e salvadoregni, in fuga dalle crisi economiche e sociali nei loro paesi. Oltre 18.400 venezuelani hanno presentato domande d’asilo nei primi cinque mesi dell’anno, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo nel 2018, il secondo maggior numero di richiedenti asilo per nazionalità in Europa dopo i siriani. I paesi UE e EFTA hanno inoltre registrato un aumento dell’arrivo di cittadini colombiani, oltre a richieste di asilo da parte di cittadini di El Salvador, Honduras, Nicaragua e Perù, secondo l’EASO. Si stima che almeno 4,4 milioni di persone siano fuggite dal Venezuela, dall’inizio della crisi, la maggior parte verso i paesi della regione e in particolare verso la Colombia, dove il numero di rifugiati sfiora i 2 milioni. 

Sempre il 24 giugno, in occasione della giornata mondiale per il rifugiato, il Viminale ha riferito che, dal 2014 al 2019, in Italia sono state esaminate 420.834 richieste di asilo, di cui il 7% è sfociata nel rilascio dello status di protezione internazionale. Oltre il 61% delle richieste sono state invece giudicate dalle apposite commissioni interdisciplinari infondate, non essendoci i presupposti né situazioni meritevoli di tutela secondo le norme. Il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nell’occasione, ha dichiarato che “chi fugge dalla guerra può e deve arrivare in Italia, senza doversi affidare a trafficanti di esseri umani o a navi pirata”.

Il 26 giugno, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha respinto il ricorso dei migranti a bordo della Sea Watch 3, che si trova da oltre 10 giorni in mare. Quali sono le ragioni e quali le reazioni a tale decisione.  Salvini, ha immediatamente accolto con favore la decisione della Corte, che ha definito una “scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia”. La nave di soccorso olandese, la Sea Watch 3, è di proprietà di un ente di beneficenza tedesco e ha atteso per quasi due settimane l’autorizzazione allo sbarco, dopo il salvataggio di 53 persone partite dalla Libia e soccorse in acque internazionali. A seguito di un’ispezione sanitaria a bordo, avvenuta il 15 giugno, a 10 migranti era stato permesso di entrare in Italia. Tra questi c’erano 3 famiglie con figli minorenni e donne incinte. Un altro individuo è stato autorizzato a scendere dalla nave la notte tra il 21 e il 22 giugno, per motivi di salute.

Infine, il 29 giugno, la polizia italiana ha arrestato la capitana tedesca della Sea-Watch 3, la 31enne Carola Rackete, che ha ordinato l’entrata nel porto di Lampedusa dopo aver soccorso 40 migranti ed essere poi rimasta in stallo in acque internazionali per oltre due settimane. La televisione ha mostrato in diretta che la donna è stata fatta uscire dalla nave e portata via dalla guardia di finanza. Il capo d’accusa con cui rischierebbe fino a 10 anni di prigione è “resistenza a una nave militare. Carola Rackete era già stata messa sotto inchiesta dalla procura di Agrigento per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come previsto dal codice di navigazione marittima. Dopo l’attracco della nave al largo di Lampedusa, il 26 giugno, due persone a bordo sono state evacuate per un’emergenza medica il giorno seguente. L’imbarcazione è rimasta poi ancorata davanti al porto di Lampedusa, dopo aver sfidato l’ordine delle autorità italiane di rimanere fuori dalle acque territoriali del Paese.

I migranti rimasti a bordo, stipati da giorni sul ponte con scarse possibilità di movimento, avevano fatto appello alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo perché questa intimasse all’Italia di permettere lo sbarco, ponendo in essere una “misura provvisoria” per “prevenire violazioni gravi e irrimediabili dei diritti umani”. Tuttavia, il 25 giugno, la Corte ha ritenuto che tale situazione non rientrasse tra quelle che prevedono l’attuazione di misure provvisorie e ha respinto l’appello. Secondo la CEDU, tali misure si applicano “solo laddove sussiste un rischio imminente di danno irreparabile”.

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Sofia Cecinini

di Redazione

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